Gianfranco Ravasi "La conversione di Paolo"

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Il 25 gennaio il calendario liturgico ricorda la conversione di Paolo sulla via di Damasco. Se vogliamo sapere qualcosa di più di ciò che accadde, dobbiamo ricorrere al compagno dei suoi viaggi, san Luca. Ecco in versione integrale la riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi pubblicata su Jesus di questo mese.

J'ai pleuré et j’ai cru: «Ho pianto e ho creduto». Erano bastati questi due verbi allo scrittore ottocentesco francese René de Chateaubriand per descrivere la sua conversione dal razionalismo scettico alla fede dell’infanzia. Qualcosa del genere può essere ripetuto anche per san Paolo, quando rievoca autobiograficamente nelle sue Lettere l’esperienza vissuta – forse nell’anno 32 – sulla strada che lo stava conducendo a Damasco.

È quell’evento che il calendario liturgico ricorda proprio in questo mese, il 25 gennaio. Anche l’Apostolo, per definire quella sua vicenda, scrivendo ai cristiani di Filippi, ricorre solo a un folgorante verbo greco, katelémften, cioè «fui afferrato, ghermito, conquistato, impugnato» da Cristo (3,12). In altri passi del suo epistolario si accontenta di indicare una divisione netta tra un “prima” e un “poi”, linea di demarcazione tra il persecutore e l’apostolo di Cristo: non per nulla nel suo famoso oratorio Paulus (1832-36) il musicista Felix Mendelssohn-Bartholdy farà impersonare da due bassi diversi la voce di Paolo prima e dopo la conversione.

Ai Corinzi semplicemente chiede con una domanda retorica: «Non ho io visto Gesù, il Signore?» (1Cor 9,1) e conferma: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1Cor 15,8). Oppure, riferendosi a un simbolo luminoso (che poi riprenderemo), ricorda che «Dio rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (2Cor 4,6). Il massimo che riusciamo a strappargli è ciò che confessa ai Galati: «Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco» (I, 15-17).

Se vogliamo sapere qualcosa di più di ciò che accadde su quella strada per la capitale siriana (diventata l’emblema delle conversioni: si pensi solo all’opera Verso Damasco che il drammaturgo svedese August Strindberg compose tra il 1898 e il 1904), dobbiamo ricorrere a chi – almeno per un certo periodo della sua vita – fu compagno dell’Apostolo nei suoi viaggi missionari, cioè san Luca. Ebbene, proprio il «caro medico», come lo chiama l’Apostolo nella Lettera ai Colossesi (4,14), nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, per ben tre volte narra la svolta radicale che fece di Paolo un missionario di quella “setta” che egli voleva contrastare con fierezza fin nel territorio della Siria. Infatti, Luca ricorda che egli recava con sé «lettere» del sommo sacerdote gerosolimitano destinate alle comunità ebraiche damascene perché si impegnassero nel bloccare la nuova eresia che veniva denominata (a più riprese negli Atti) col suggestivo vocabolo «Via».

La prima narrazione è nel capitolo 9 ed è alla terza persona. Due sono gli atti. Da un lato, c’è l’incontro di Paolo con Gesù e poi con un membro della comunità cristiana di Damasco di nome Anania, che non solo gli va incontro accogliendolo come un fratello, ma che lo libera anche dalla cecità causata dal bagliore della visione. D’altro lato, c’è ormai l’Apostolo che «subito nelle sinagoghe annuncia che Gesù è il Figlio di Dio» (v. 20).
Ma fermiamoci per un momento all’esperienza iniziale dell’incontro, che Luca dipinge coi contorni di una visione, simile a quelle che costellano la Bibbia e che hanno come destinatari, ad esempio, il patriarca Giacobbe o i profeti Ezechiele e Daniele. Ecco le parole dell’evangelista: «All’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Io sono Gesù, che tu perseguiti!» (9,3-5).

Come è evidente, non si parla di una caduta da cavallo come amerà immaginare l’iconografia successiva (chi non ricorda il celebre dipinto di Caravaggio in Santa Maria del Popolo a Roma?), ma di una folgorazione che fa incespicare e cadere a terra. C’è un elemento interessante in quel dialogo tra Saulo (che è il nome ebraico dell’Apostolo e che vuole idealmente marcare il suo passato, destinato ora a morire con «l’uomo vecchio», per usare una nota espressione paolina) e la voce di Cristo. Saulo stava recandosi a Damasco per incatenare i discepoli di Gesù; Cristo si identifica con loro: «Io sono Gesù, che tu perseguiti!».

Come aveva fatto notare Benedetto XVI nel suo discorso di apertura dell’Anno paolino nel 2008, Cristo stabilisce un nesso di identità con la Chiesa che è il suo corpo. Ed è altrettanto significativa una nota apparentemente marginale ma forse allusiva: Saulo rimane cieco per tre giorni (9,9) e quando viene battezzato si dice che i suoi occhi si illuminano ed egli «si alza»: ora il verbo greco anastàs, l’“alzarsi”, è lo stesso che viene usato nel Nuovo Testamento per la risurrezione di Cristo. Ai tre giorni oscuri del sepolcro subentra il levarsi luminoso della risurrezione-rinascita: non si dimentichi che nella Lettera ai Romani Paolo descriverà il battesimo in modo analogo, secondo lo schema della “sepoltura-risurrezione” di Cristo (6,3-9).
Abbiamo detto che sono tre i racconti lucani di questa avventura spirituale radicale vissuta dall’Apostolo. Riserviamo un cenno anche agli altri due. Nel capitolo 22 degli Atti, la narrazione è in prima persona. Siamo nel tempio di Gerusalemme e Paolo sta per essere linciato dai suoi antichi correligionari. Ma il comandante della coorte romana di stanza in quell’area lo sottrae alla folla e lo conduce nella fortezza Antonia, ove gli concede di arringare il popolo che continua a pressarlo. In ebraico Paolo racconta autobiograficamente la vicenda della via di Damasco, ricalcando il primo testo degli Atti. Egli, però, sottolinea ora che i suoi compagni di viaggio «videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava», a differenza del primo racconto («Sentivano la voce, ma non vedevano nessuno» 9,7). Si tratta, quindi, di un’esperienza che ha qualche eco esterna, ma che rimane profondamente personale e interiore. Ci sono stati, perciò, alcuni critici che hanno parlato in modo “razionalistico” di allucinazione.

In realtà, la menzione esplicita dei personaggi coinvolti (anche con nomi propri, come Giuda che ospita Paolo a Damasco nella sua casa sulla «via Diritta» o come il citato Anania) attesta il realismo di un evento che è confermato, come si diceva, anche da una terza testimonianza. Essa è presente in Atti 26,12-23. Ora l’Apostolo è agli arresti presso il governatore romano Festo nella città di Cesarea Marittima, la residenza degli alti funzionari imperiali in Palestina (si ricordi che qui si svolgerà anche la vicenda del centurione Cornelio, descritta nel capitolo 10). In visita ufficiale in quella città costiera si presenta la coppia principesca di Agrippa II, discendente del re Erode, e di sua sorella Berenice che era anche la sua compagna incestuosa.

Ebbene, Paolo davanti a loro – in attesa di essere trasferito a Roma per il processo d’appello da lui richiesto come cittadino romano – ripete la storia della sua conversione al cristianesimo. La sostanza dell’evento è sempre la stessa, ma appaiono anche alcune variazioni e novità.
Così, non entra in scena Anania; a terra cadono pure i compagni di viaggio e non solo Paolo; curiosamente Cristo cita un proverbio greco, attestato anche dagli scrittori Euripide e Pindaro, che è però detto, secondo l’affermazione dell’Apostolo, «in lingua ebraica»: «Duro è per te recalcitrare contro il pungolo» (26,14). L’immagine è forte e vivace ed è desunta dal mondo agricolo: il contadino stimola l’animale da soma con un bastone chiodato in punta.

Ma le parole di Cristo, in questo racconto, vanno oltre e delineano la futura missione dell’Apostolo, «ministro e testimone», quella di «aprire gli occhi (a ebrei e pagani, proprio come era accaduto allo stesso Paolo, ndr) perché passino dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità» della salvezza (26,18). Sono queste le ultime parole di Cristo presenti nell’intera opera lucana, un mirabile suggello alla storia di un convertito, che per tutta la sua vita e con tutta la sua stessa esistenza ripeterà le prime parole di Gesù citate dai Vangeli: «Convertitevi e credete!» (Marco 1,15).
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