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Una lettera di Giuseppe a Gesù…duemila anni dopo!

Una lettera immaginaria di Giuseppe a Gesù Bambino per la sua nascita

don Francesco Cosentino 

Ho letto da qualche parte che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del suo papà in un pugno, lo ha catturato per sempre. Il legame tra un padre e un figlio, questo essere catturati l’uno dalla vita dell’altro, sancisce finalmente la pace tra i papà e la tenerezza.
Non è vero che il padre è un severo guardiano; è anche un sorriso spalancato che si lascia sorprendere dalla gioia di una carezza.
Ero un semplice e giovane falegname e dovevo passare ogni giorno molte ore in una scura bottega, a lavorare con fatica il legno. Eppure, sono sempre stato un sognatore. Quando la vita di giorno è dura e faticosa, allora non ti rimane che sognare di notte. Non per fuggire, ma per cercare di immaginare qualcosa di diverso da costruire e risvegliarsi alla speranza ogni giorno. E, così, sognavo la mia vita con Maria.

Non avevo ancora fatto i conti, però, con il sogno che Dio coltivava per noi. Quando Maria, con le lacrime agli occhi, mi raccontò dell’Angelo, la pialla si fermò tra le mie mani e un brivido mi percosse la schiena. Ho sempre amato il legno perché è quasi come un figlio: all’inizio sembra non avere forma, ma se hai la pazienza di accarezzarlo, limare gli spigoli, piallare le irregolarità, levigare le venature, puoi trasformarlo. Non è forse questo ciò che un padre deve fare con il proprio figlio, accarezzarlo, levigarne dolcemente gli spigoli e renderlo un uomo? Eppure, a me Dio chiedeva l’assurdo: del legno potevo essere padre, ma del figlio di Maria no!

Mi sono affidato, mettendo i miei progetti nel sogno di Dio che, puntualmente, ha parlato anche a me. Non temere, mi ha detto. E lì ho fatto una scoperta straordinaria: non è padre solo chi ti ha partorito, ma è padre chi ti si mette accanto e ti sussurra ogni giorno: non temere, non avere paura. Io sono con te.

Caro Gesù, ti ho amato con il cuore di un papà, pur sapendo che tra le mie mani potevo trattenere il legno, ma non avrei mai potuto trattenere te. Quando mi aiutavi nella bottega, ti osservavo diventare ragazzo e certe volte avrei voluto lasciare gli strumenti del lavoro per accarezzarti i capelli e sussurrarti di non avere mai paura. Ma tu mi guardavi, scrutandomi in profondità: avevi compreso già il mio amore per te. E stavi imparando la vita, ma anche qualcosa del Padre tuo celeste, tanto da dipingerlo più tardi come un Padre che ti vede da lontano, ti corre incontro e ti abbraccia. Qualunque sia la situazione che vivi, Dio ti aspetta sempre. A braccia aperte.

Sta arrivando un altro Natale. Vorrei dire ai tuoi fratelli di oggi, di imparare anzitutto la pazienza di noi artigiani. Dio viene, visita la nostra vita, trasforma le cose, ma ciò non avviene in un giorno solo. È un cammino che ha bisogno di tempo e tenacia.

È Natale – vorrei dirvi – se imparate anzitutto a essere padri, cioè se vi esercitate nell’arte del prendersi cura, se amate e proteggete chi vi sta vicino, assumendovi il rischio della sua vita, dei suoi fallimenti, dei suoi sogni e della sua crescita, come un padre fa col proprio figliolo. Che si trovino in voi persone dalle braccia spalancate e non giudici spietati col dito puntato.

È Natale quando non sottolineate il negativo e non vi lasciate irretire dalle cose che non vanno, ma ritornate sempre in quella bottega artigianale che è la vita e ci mettete dentro le mani. Levigando e piallando le asperità. Meravigliandovi per la gemma che spunta piuttosto che per il temporale che avanza.

È Natale se impariamo a coltivare il senso della giustizia, in tutto ciò che viviamo e specialmente nella società, nella politica, nel lavoro. Dicono di me che sono un uomo giusto, ma in verità ogni uomo deve essere giusto. Senza giustizia non c’è vera umanità, ma sopruso, violenza, disuguaglianze. Tutte cose che, alla fine, sono i poveri a pagare di più sulla loro pelle.

Ho dovuto proteggerli Maria e il Bambino, rischiando di persona. Natale dovrebbe ricordarci anche questo: che c’è Dio dove circola quell’amore che ci fa diventare una coperta calda per chi ha freddo, una compagnia per chi è da solo, una parola di conforto per chi è affranto, e soprattutto una scudo di protezione per i più indifesi e i più deboli. In un mondo in cui l’arrogante e il potente calpestano i più piccoli è inutile fare il presepe.

Ho dovuto lavorare molto per far vivere bene la mia famiglia. Tuttavia, a Nazareth ho gustato piccoli ma intensi momenti trascorsi insieme alla mia donna e a Gesù. Fatelo anche voi, cari papà: fermate i ritmi del lavoro e arginate le preoccupazione, se potete. Dedicate qualche momento alle vostre mogli e ai vostri figli: ascoltare dal di dentro, esserci, condividere e fare una carezza, è tutto.

E, un’ultima raccomandazione: non smettete di sognare. Anche nella fatica di una bottega, di una relazione infranta, di un’angoscia interiore, di una speranza che si spegne, noi possiamo continuare a guardare in alto perché quel Dio che è venuto in Gesù, viene ancora oggi per riaccendere la vita. Sognate e aiutate gli altri a sognare, perché solo così un altro mondo sarà possibile. E sarà Natale ogni giorno.

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