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M. Cacciari San Francesco in viaggio verso l'altro

La Repubblica 
14 settembre 2017

Quale forma assume il viaggio di Francesco?
Rispetto ai molteplici aspetti che ha assunto nella storia della nostra civiltà - dalla navigazione socratico-platonica verso la conoscenza di sé e l'idea dell'eterno e immutabile, al progredire della potenza della Tecnica che sempre s'immagina capace di aprirsi la strada; dalla conversione e ritorno al Padre, all'inabissarsi al Regno delle immagini sciolte da ogni contenuto di cui il Faust di Goethe vuole fare esperienza; dal viaggio di avventura, che è puro azzardo, negazione di ogni idea di fine, a numerosi altri che si potrebbero ricordare - è quello del pellegrino che sembra più assomigliarli, e cioè il viaggio di colui che per ager, oltrepassando ogni città, procede verso il luogo che lo chiama, inizio e meta del suo andare. Per lui il viaggio fa parte integrante della meta, il suo fine è l' esperienza che compie nell'andare. Ma fede nell'inizio e raggiungimento della meta gli sono donati. Per essere questo pellegrino Francesco ama troppo le città e i suoi demoni. Non conosce mete privilegiate. La stessa Terra Santa è un luogo dove praedicare Verbum, come ovunque e a chiunque. Predicare? La sua cella era fratello corpo Nessuno spazio può trattenerlo Mostrare piuttosto - e mostrarlo in ogni villaggio che si incontra; ognuno è buono per l' evento, come a Greccio.

Nostalgia come dolore dell'andare, nostalgia de loinh, dal sapore anche cavalleresco-provenzale, nostalgia irrefrenabile di andare ovunque esista la possibilità di ascolto, dove vivano creature capaci di cum-laudare, di lodare con lui, insieme, donne, uomini, uccelli e fiori. Andare per il mondo, andarci nudi, senza resistere al male, donando e per-donando - ecco l'unico imperativo - e andarci a piedi, così da predicare e parlare anche alla Madre più antica. "Andate carissimi" suona la sua costante esortazione, benedite chi vi perseguita e ringraziate chi vi ingiuria. Andate a due a due, poiché chi va da solo va col diavolo. Per andare occorre essere liberi; nessuna zavorra con sé. Anche il fissarsi in dimore, possedere una casa significa arrestarsi nel viaggio. Il viaggio di Francesco non è addomesticabile. Quando passa per Bologna e sente che vi era stata edificata una casa per i frati comanda loro seccamente che vi escano in fretta e non vi abitino mai più - perfino gli ammalati fa uscire! Alla Porziuncola il popolo di Assisi compie la stessa opera di carità per i frati, ma Francesco si arrampica sul tetto, vuole che i frati vi salgano con lui per gettar giù insieme le lastre di cui quella casa era coperta, volendo distruggerla dalle fondamenta, e desiste dall'impresa solo allorché le guardie lo assicurano che essa era proprietà del Comune. Perfino la cella gli pare una dimora eccessiva. La sua cella era fratello corpo (il corpo è fratello in Francesco, nessuno "spiritualismo" nella sua mistica).

Nessun claustrum può trattenerlo né frenarlo. La nostalgia dell'andare rivela una nostalgia di resurrezione. Eremi e celle "minime" nel fitto del bosco sono i luoghi dove ritemprarsi, il cubiculum della sua anima. Ma da lì sempre riprecipita a valle, nelle città e per le strade degli uomini. Sistole e diastole del suo straordinario pellegrinare. Teologicamente l'esperienza francescana del viaggio si sostiene sull'idea biblica di paroikia. Con paroikos, paroikein già la traduzione greca della Bibbia indica il confinante o l'abitare un paese senza esserne cittadino a tutti gli effetti. Paroikia è però quella dello stesso Israele: il "popolo eletto" deve considerare in questa luce la sua esistenza in terra, nella stessa Terra promessa. È Abramo che dice di sé: io sono paroikos kai parepidemos, nessuna terra è veramente la mia, ovunque soggiorno sono solo di passaggio. Davide ribadisce questa idea: siamo tutti paroikoi al cospetto del Signore, i nostri giorni sulla terra sono un'ombra. Credere di possedere una terra è idolatria. Il linguaggio neotestamentario assume questo significato del termine, rendendone ancora più violenta, direi, la paradossalità. Pur potendo nel secolo, nell'impero e nella pax augustea, godere di tutti i diritti di cittadinanza, i cristiani si ritengono in essa perfetti paroikoi e ad un tempo si proclamano concives sanctorum et domestici Dei ( Efesini 2,19). Una forma di paroikia quasi prossima all'esilio si combina qui, nella stessa figura, a una forma di cittadinanza tanto perfetta da presagire la stessa cittadinanza celeste, di cui dice Paolo in Filippesi 3,20. Il documento più drammatico di tale tensione è forse la Lettera a Diogneto. Come si colloca alla luce di questa idea Francesco? È del tutto assente nella sua paroikia ogni accento di estraneità, di xeniteia nei confronti del mondo. In paroikia ciò che per lui vale è anzitutto il para, l'accanto. Egli passa sempre, ma il suo non è un passare-oltre, un oltrepassare, è sempre un farsi-accanto, un approssimarsi. Non è estraneo all' oikos, ma partecipa a tutti. Il cammino di Francesco è un correre verso l'altro. Ogni staticità nella relazione di prossimità viene travolta dalla gioia che dona questo volare all'altro, libero da ogni impedimento. Sono le formidabili immagini dantesche: corre Francesco - alla lotta col padre che lo vuol trattenere, corre Francesco dietro alla sua amata, Madonna Povertà, e dietro a lui corre Bernardo, e correndo gli parve esser tardo. Nessuna pesantezza, nessun spirito di Ciò che muove questo andare è sempre la misericordia gravità domina più in questa folle corsa. E guai a essere nebulosi quando la si danza! Ciò che muove questo andare, la sua causa efficiente, è però misericordia. Termine esigentissimo, esente da ogni timbro sentimentale. Il samaritano vede l'uomo massacrato sulla strada e il suo cuore - così dice il termine dell'originale greco - va a pezzi. Il suo cuore viene ferito così come il corpo dell'altro. Una ferita che potrà essere guarita soltanto guarendo la ferita dell'altro. La meta di Francesco non è Santiago o Roma, è la cura di chi chiama, della ferita aperta. Tra tutti i viaggi il più dimenticato, poiché è quello che minaccia lo stesso cuore di chi accorre, è quello che rende più insicuri. Ma l'unico che può aiutarci a guarire dall'insaziabile amore per noi stessi.

IL CORTILE DI FRANCESCO Massimo Cacciari è tra gli ospiti degli incontri di Assisi, al Cortile di Francesco da oggi al 17 settembre. Parteciperanno tra gli altri: Christo, Umberto Galimberti, Oliviero Toscani, Romano Prodi, Carlo De Benedetti, Marco Minniti. È possibile partecipare prenotandosi sul sito www.cortiledifrancesco.it dove è pubblicato tutto il programma. 

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