Lilia Sebastiani "Credere e/o non credere?"
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Rocca N° 1
del 1 gennaio 2026
Come i giovani sognano la loro
Chiesa? Ma di ‘sogni’ si può ancora parlare?
Nelle domande che i giovani rivolgono alla Chiesa, più o meno
dissimulate, più o meno riconoscibili anche a quelli stessi che le pongono, si
annidano importanti tracce di futuro, che
delineano in positivo e in negativo il cristianesimo e la Chiesa di domani. La difficoltà
principale – in cui inciampano anche molti
operatori pastorali assolutamente benintenzionati – deriva proprio dall’aver l’impressione che una ‘domanda’ non ci sia.
Tutti gli operatori, ma anche semplice
mente gli osservatori attenti e coinvolti, ricordano che fino a circa 20-25 anni
or sono i giovani erano più decifrabili,
in positivo o in negativo. Come i giovani
sognano la loro Chiesa: accogliente, vicina, gioiosa. Ma non hanno gli strumenti
necessari per delineare il loro disagio, e
meno ancora (in positivo) per esprimere i
loro desideri e i punti di vista.
Forse quelli di una generazione fa – non
parliamo per ora della generazione prece
dente, o della Chiesa del Concilio – erano
più aperti e decisi nel dire ciò che suscitava la loro insoddisfazione. Forse più portati a ‘contestare’ (come si diceva con un
termine già fuori moda allora, inadeguato
e banale allora come sempre). Oggi può
sembrare che di contestazione non ci sia
nemmeno l’ombra. C’è un distacco silenzioso e sfiduciato che, proprio per questo
suo modo di essere, sfugge quasi intera
mente alle analisi e alle statistiche.
L’unico aspetto su cui quasi tutti concordano è il graduale uniformarsi dell’atteggiamento dei ragazzi e delle ragazze per
quanto riguarda la vita di Chiesa, proprio
nella sua quotidianità.
Venti-venticinque anni fa di solito i ragazzi – ora parliamo dei maschi – si distaccavano dalle strutture ecclesiali pratica
mente all’indomani della Confermazione;
le ragazze si distaccavano pure, sia per fisiologico disinteresse sia per l’emergere di
altri impegni prevalenti, ma in modo più
sfumato e graduale, che non dava nell’occhio – o dava nell’occhio solo quando era
già troppo tardi per operare aggiustamenti aggiustare il percorso. Oggi la tendenza
a rompere i rapporti con la vita ecclesiale
si delinea prima e coinvolge ragazzi e ragazze più o meno nella stessa misura.
Anche qualora il cammino di formazione rivolto a bambini e ragazzi in vista
dell’iniziazione cristiana fosse in sé un’esperienza positiva (talvolta, anche se non
sempre, è ricordata con piacere dai destinatari stessi), presenta comunque dei
limiti importanti che sfuggono in buona
parte alla responsabilità e alla consapevolezza degli operatori.
Il primo, in modi diversi, si ritrova in tutti
gli ambienti che i giovani frequentano: il
rifiuto dell’introspezione. È una carenza
generazionale, potremmo dire, con poche
eccezioni, ma non per questo meno grave.
Tanto più grave in quanto la nuova spiritualità di cui si avverte l’esigenza per una
Chiesa ‘giovane’ di oggi, sarebbe in sintesi un viaggio interiore alla scoperta di sé.
Forse dipende anche dal fatto che i catechisti, in molti casi, non hanno ricevuto
la formazione necessaria. Il secondo è la
carenza di formazione biblica. Il terzo è il
fatto di ignorare o quasi tutto ciò che riguarda la vita fisica e i rapporti tra corpo
e spirito. Il quarto è lo sforzo di ignorare il
problema della morte: a cui invece gli adolescenti pensano moltissimo ma in modo,
di solito, non costruttivo né liberante.
QUATTRO ICONE DAI VANGELI
1. Il padre del ragazzo epilettico nel Vangelo di Marco (9, 14-27)
Si tratta di un episodio di guarigione; così
potrebbe sembrare logico pensare che al
centro si trovi proprio il malato. Invece,
almeno nella prima parte, sembra che
l’intervento di Gesù debba esercitarsi soprattutto sul padre (il figlio non si vede
nemmeno). È il padre ad agire, a raccontare, a interpretare…
Le guarigioni, secondo i Vangeli, si trovano al centro dell’azione salvifica di Gesù.
Invece nella fede della Chiesa (più ancora nelle Chiese riformate, forse, che nella Chiesa cattolica) vi è stata la crescente
tendenza a collocare al centro la parola e
la predicazione. Quando la tendenza comincia ad agire, parola e predicazione
nella cultura occidentale erano da tempo
razionalizzate, separate dalla corporeità:
così, come risultato quasi inevitabile, nella Chiesa il corpo restò fuori. Invece nei
Vangeli la salvezza riguarda sempre una
persona: una totalità di animacorpo.
Tuttavia la salvezza non è un pronto soccorso celeste capace di rimettere a posto Regno ha sulla terra i suoi inizi, non il
compimento pieno o la piena visibilità.
Alle parole di Gesù «Tutto è possibile a chi
crede», il padre risponde: «Credo, aiuta la
mia incredulità». Quando Gesù interviene in una situazione di sofferenza, di meno-vita, di non-vita, c’è sicuramente in lui
un autentico moto di sollecitudine verso
la persona a cui si rivolge, i suoi miracoli
di guarigione sono anche gesti di amore e
di solidarietà (è un aspetto che il Vangelo di Luca accentua in modo particolare),
ma non possono ridursi a questo. Gesù
cambia nel profondo la vita delle persone
che incontra.
2. Il giovane ricco
La seconda icona evangelica è il giovane
ricco che si incontra in tutti e tre i Vangeli
Sinottici. Matteo però è l’unico a informarci sulla sua età giovanile.
Tutte e tre le versioni a una riflessione in
gruppo o a una lectio si prestano in modo
particolare. La versione di Matteo (19,16
30) ha colpito maggiormente l’attenzione dei lettori attraverso i secoli, proprio
perché informa che si tratta di un giovane; Marco dal canto suo accenna a uno
spontaneo moto di predilezione di Gesù
nei confronti del giovane (“Fissandolo lo
amò”), racconto molto utilizzato nella
pastorale vocazionale. Da parte di Gesù,
l’atto di fissare in volto la persona a cui
si rivolge allude a una speciale chiamata. Questo interlocutore (continuiamo a
chiamarlo “giovane”, per la forza dell’abitudine e anche per un quid di fervido e di
entusiasta che sembra connotarlo) è senza dubbio una persona ottima sotto ogni
punto di vista, privo di colpe e ricco di
meriti oltre che di beni materiali: pratica
la giustizia e osserva i comandamenti da
sempre; e vuole sapere da Gesù che cosa
deve fare per avere la vita eterna… Quindi è anche aperto a un “di più”; e tuttavia
qualcosa gli manca. Quando Gesù lo invita a vendere tutti i suoi beni e darne il
ricavato ai poveri, e poi a seguirlo, il giovane si allontana in silenzio, triste “perché aveva molti beni”. E ci chiediamo che
cosa sono i suoi beni: forse non proprio le
sue proprietà e le sue rendite, ma la sua
stessa esemplare rettitudine, la sua rispettabilità. Spesso invece le persone chiamate da Gesù sono caratterizzate da qualcosa che non va. Non necessariamente
una situazione di colpa, forse piuttosto di
precarietà o di sofferenza o di emarginazione… Di questo giovane non sappiamo
nulla più di quanto ne dice Matteo, ma il
suo problema sembra proprio coincidere
con la sua sicurezza e rispettabilità. Forse
ne dipende più di quanto sia giusto, forse
gli mancano la fragilità e l’esperienza del
bisogno.
3. Zaccheo
La terza icona è offerta da Lc 9,1-10. L’episodio è riportato solo da Luca nel suo
Vangelo. Zaccheo, il pubblicano di Gerico, è un uomo piccolo di statura (fisica e,
se vogliamo, anche morale; inoltre è ricco,
e questa è una notazione decisamente negativa per il terzo evangelista che mostra
una forte predilezione per i poveri.
Ma Luca presenta Zaccheo anche come
capace di entusiasmi generosi e spinto
verso Gesù da una forza irresistibile.
Per un pubblicano è quasi impossibile essere una persona onesta, anche se lo desiderasse: il mestiere di esattore delle tasse
non è retribuito, il guadagno è dato solo
dal denaro in più che l’esattore riesce a
estorcere alle sue vittime. Essere pubblicani significa essere odiati e disprezzati,
anche perché la loro professione non si
può certo esercitare con gentilezza, ma
solo con la prepotenza e il ricatto; inoltre
il pubblicano è un collaborazionista del
nemico occupante, esercita il suo sgradevole mestiere alle dipendenze di Roma.
Zaccheo non chiede niente, vuole una
cosa sola: “Vedere Gesù”. Anche a Gesù
non chiede nulla, nemmeno perdono e
misericordia. Come se “vedere Gesù” significasse perciò stesso la salvezza e la
novità di vita.
Evidentemente è pentito della sua vita
squallida, ma ciò non viene detto: questa
reticenza è uno degli aspetti più efficaci
del racconto. In Zaccheo non c’è nessuna lacrimosa retorica. E in Gesù non c’è
nemmeno l’ombra del moralismo convenzionale. Zaccheo è convertito da Gesù
senza esortazioni, senza minacce e senza
promesse, senza catechesi penitenziali.
Gesù gli dice “Scendi, perché oggi devo
fermarmi in casa tua” e in Israele condividere la mensa con persone ‘irregolari’, a qualsiasi titolo, significava essere coinvolti dalla stessa irregolarità.
Gesù lo fa spesso, come sappiamo. Il Vangelo non è in primo luogo un messaggio
morale, anche se un rinnovamento morale ne deriva come logica conseguenza; è
l’annuncio di una vita rinnovata. Di questa vita rinnovata Zaccheo, il pubblicano
di Gerico, diventa il modello e il garante.
Guarito da Gesù solo con la presenza e
la commensalità, apparentemente senza
nemmeno sfiorare i temi morali.
4. L’adultera (Gv 8,1-11)
Questo episodio è stato accettato tardi nel
canone delle Scritture: lo troviamo nel
Vangelo di Giovanni ma non è giovanneo
(secondo la maggior parte degli studiosi è
di tradizione lucana) e la sua lettura del
peccato e della misericordia di Gesù è di
una novità inaudita. Sottintende il rifiuto di una morale colpevolizzante, fatta di
perbenismo e di ipocrisia, sottolinea la
centralità della coscienza e dell’introspezione.
Le ragioni di questa soppressione sembrano soprattutto di ordine pedagogico-pastorale. È possibile che i pastori più
rigoristi non vedessero di buon occhio la
divulgazione di un episodio da cui risaltava da parte di Gesù una sovversiva indulgenza nei confronti di una donna accusata di adulterio (una donna della quale, per
di più, in nessun luogo del racconto viene
detto che fosse pentita). Ma questa pagina, in realtà, di adulterio non parla. Gesù
in questa occasione sarà imprevedibile,
sfuggente e provocante. Sembra comunicare il suo rimprovero e il suo insegnamento, almeno all’inizio, attraverso un
apparente rifiuto della comunicazione.
Evangelicamente parlando, quelli che
sono venuti a interrogarlo non sono semplicemente tradizionalisti o legalisti o
‘severi’, atteggiamenti tutti che, pur discutibili, possono essere vissuti a misura
d’uomo. Il loro peccato di fondo è un altro:
il fatto di non essere puri di cuore. L’ipocrisia infatti evangelicamente è il contrario della purezza. Cercano di raggiungere, per vie oblique e tortuose, un fine ben
diverso da quello apparente. Gesù, che
appare sempre accogliente e compassionevole verso i peccatori ‘schietti’, è invece
severo fino alla violenza verbale – nei confronti dello stile ipocrita e tortuoso, della
malizia che si ammanta di esemplarità.
Il suo comportamento in questo caso è
completamente diverso da quello che i
suoi interlocutori possono attendersi. Non
si lascia tirare in una discussione giuridica, non fa riflessioni morali di principio;
non cerca attenuanti per l’accusata, non
cerca affatto di persuadere (razionalmente) quelli che lo interpellano, non li rimprovera, all’inizio nemmeno li guarda, è
come se non avesse udito.
Il gesto che compie in questa occasione
è effettivamente enigmatico e costituisce
un unicum nei Vangeli: chinato, scrive col
dito in terra. Lo strano gesto viene rilevato non una ma due volte, quindi deve avere importanza per l’evangelista. Non c’è
lettore di questa pagina che non si sia domandato che cosa mai Gesù abbia scritto.
All’insistenza di quelli che lo interrogano,
risponde: il suo intento è scuotere le coscienze, non però rifiutare la comunicazione. Risponde con una frase enigmatica
che, rimasta famosa e divenuta proverbi le, non ha per questo perduto la sua carica di enigma e di vibrante provocazione,
arricchita da un risvolto di ironia. “Chi
di voi è senza peccato scagli per primo la
pietra contro di lei”. Gli uomini potenzialmente omicidi che lo stanno interrogando
devono capire quanto vi è di sovversivo
nella sua mitezza. Gesù qui sta risvegliando la coscienza, sta facendo appello all’interiorità. Un giudizio deve effettivamente
avvenire; ma nell’intimo del cuore di ciascuno.
Prima con il suo silenzio e con lo strano
gesto di scrivere in terra che ci ricorda i
gesti simbolico-dimostrativi dei profeti,
poi con le parole, la risposta di Gesù è
essenzialmente un invito a guardarsi dentro, un appello all’interiorità.
I significati più profondi dell’episodio non
sono il peccato (su cui si sorvola) né il pentimento, che forse può esservi stato e forse no. Anche di questo non si dice nulla. Il
messaggio di fondo riguarda l’interiorità
personale, il discernimento, la vita nuova
che Gesù è venuto a portare. Incontrando
Gesù, sia questa donna sia gli uomini che
volevano condannarla hanno incontrato
la misericordia di Dio.






