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Enzo Bianchi Ecumenismo della carità

La Stampa 17 aprile 2016
di Enzo Bianchi
dal sito del Monastero di Bose

A Lesbos abbiamo visto ancora un volta che i cristiani uniti sono capaci di aprire porte di speranza per tutti.
Era già accaduto per il conflitto israelo-palestinese – prima a Gerusalemme e poi a Roma – ora si è riprodotto nell'isola greca simbolo del dramma dei rifugiati, della sordità dell'Europa e dell'accoglienza del popolo greco: papa Francesco e il patriarca Bartholomeos ascoltano con un cuore solo e un'anima sola il grido dei poveri e, con voce concorde esprimono la vicinanza loro personale e delle loro chiese alle sofferenze degli uomini e delle donne di ogni popolo e credo. È una nuova stagione non solo per l'ecumenismo, ma per la testimonianza dei cristiani nel mondo contemporaneo.

Da anni le chiese d'occidente e d'oriente conoscono l'ecumenismo del sangue, l'essere accomunati nelle persecuzioni e nel martirio,: quanti li osteggiano o li uccidono, lo fanno perché li riconoscono semplicemente “cristiani”, al di là di ogni confessione, rito, tradizione e questa e la loro unica “colpa”. Ora le chiese stanno vivendo con consapevolezza sempre maggiore l'ecumenismo della carità: là dove un essere umano soffre, là dove è calpestata la dignità delle persone, dove è fatto strame della giustizia, della libertà e dell'uguaglianza, proprio là la fraternità dei cristiani si mostra come controcultura capace di smuovere ostacoli grandi come montagne.

Questa visita dall'intensità pari alla sua brevità, ha voluto ricordare all'opinione pubblica mondiale e più ancora ha chi ha responsabilità di governo o potere finanziario tre questioni ineludibili: la vicinanza ai profughi e a quanti sono costretti a vivere in una precarietà estrema, senza terra, senza tetto, senza lavoro; la denuncia dell'indifferenza o peggio della deliberata opposizione da parte dei paesi più ricchi a farsi carico di drammi troppo spesso suscitati dai loro stessi comportamenti o dalle loro omissioni; e infine la gratitudine e la vicinanza al popolo greco che, pur vessato oltre ogni limite sopportabile da cieche politiche di preteso risanamento, non dimentica quella solidarietà umana di cui è impastata la sua storia, la sua cultura, la sua fede. Non sorprende allora che papa Francesco e il patriarca Bartholomeos abbiamo voluto accanto a sé l'arcivescovo di Grecia Hieronimos e abbiano manifestato il loro ringraziamento al popolo greco per tramite di Tsipras, capo del governo di quel paese. Papa Francesco ha anche voluto porre un segno eminentemente politico: come capo di stato, seppur di uno stato poco più che simbolico, ha aperto immediatamente un corridoio umanitario per tre famiglie musulmane, portandole con sé in Vaticano. A dimostrazione che per alleviare molte tragedie troppo spesso è la volontà e non gli strumenti giuridici.

Così, alle lacrime di commozione, di sdegno e di rammarico evocate dal patriarca Bartholomeos, al solenne impegno comune a non abbassare la voce né la guardia in difesa della dignità umana, all'invocazione di “iniziative diplomatiche, politiche e caritative e attraverso sforzi congiunti, sia in Medio Oriente sia in Europa”, si è unita la preghiera e il vissuto di cristiani che si ritrovano uniti nel riconoscere il volto di Cristo nell'umanità sofferente e concordi nel riaffermare che la dignità e la libertà di ogni essere umano vanno aldilà della paura e della divisione che possono albergare nei nostri cuori.

Non si dica quindi che ora tocca in primis alle chiese mettere in pratica le belle e forti parole usate nei loro discorsi e nella dichiarazione comune firmata a Lesbos. Tanti cristiani di ogni confessione già lo fanno, con dedizione quotidiana: non hanno atteso fantomatici piani intergovernativi, né ipotetici stanziamenti di fondi di emergenza. No, hanno visto il volto del fratello sofferente, hanno letto il dolore negli occhi di un'umanità ferita nella sua dignità e sono passati all'azione, senza chiedere a che etnia, religione, nazionalità appartenesse chi stava morendo nell'animo prima ancora che nel corpo.

Tocca piuttosto a governi e istituzioni sovranazionali, tocca ai cittadini dei paesi con maggiori risorse, tocca a ciascuno di noi smettere di applaudire chi ci ricorda i nostri doveri di umanità e passare ad agire secondo quella regola aurea che non conosce muri né mari né frontiere: fai all'altro quello che vorresti fosse fatto a te. Perché, come ha ricordato il patriarca Bartholomeos, “il mondo sarà giudicato dal modo in cui avrà trattato i profughi”.

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