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Omelie Giovedì Santo 2026: Luigi Maria Epicoco, Enzo Bianchi, Roberto Repole, Claudio Doglio, Sabino Chialà


02 Aprile 2026 

“Omelia 2 aprile 2026 Giovedì santo"
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Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». 
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». 

Siamo all’inizio del triduo, dei tre giorni pasquali, giorni in cui celebreremo tanti misteri: i misteri della vita di Gesù Cristo, la sua passione, morte e resurrezione. Ricordiamo degli eventi, delle azioni vissute da Gesù, e nel ricordarle le celebriamo e le «presentifichiamo» in modo da essere coinvolti in esse, in modo da essere resi partecipi del mistero. Questa è la dinamica liturgica, sacramentale che fonda le nostre liturgie pasquali. 

Eccoci allora, in questa sera, tutti insieme, perché sta scritto: 

Tutta la comunità d’Israele celebrerà la Pasqua (Es 12,47). 
Tutta l’assemblea della comunità d’Israele immolerà l’agnello al tramonto (Es 12,6). 

Celebriamo il mistero che ci costituisce comunità del Signore, appartenente a lui, il mistero che origina la nostra comunione: per questo siamo tutti insieme, radunati nello stesso luogo, «convenientes in unum» (cf. 1Cor 11,20). 

In obbedienza al ritmo che nel giovedì santo mi porta a commentare alternativamente l’epistola (1Cor 11,23-32) e il vangelo (Gv 13,1-15), quest’anno sosterò soprattutto sul racconto della lavanda dei piedi, l’altro mistero di Cristo che celebriamo oltre a quello eucaristico. 
Questo però nella consapevolezza che i due segni, le due azioni di Gesù sono state anticipazione di un solo evento: il dono della sua vita al Padre e a noi uomini, la sua morte. Questa volta vorrei compiere la lettura del vangelo cercando il vero protagonista della lavanda dei piedi, azione che ci scandalizza e, nello stesso tempo, dovrebbe consolarci. 

Per Gesù «è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre» (Gv 13,1), e Gesù «sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani, che egli è venuto da Dio e a Dio ritorna» (Gv 13,3). Il quarto vangelo inizia il racconto della passione di Gesù ponendo il Padre come il termine senza il quale tutto ciò che Gesù e, fa e dice non ha consistenza: il Padre, questo termine che siamo costretti a usare perché non abbiamo un’altra parola che, per analogia, sia capace di esprimere l’origine, colui che origina e genera… Ma questa sera vorrei chiamare il Padre con un altro termine analogico: l’Amante, colui che ama, colui dal quale scaturisce l’Amore. Non lo invento, ma lo deduco dalle parole di Gesù: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35). 

Ecco chi è il Padre: innanzitutto lo scaturire dell’Amore, colui che nel suo Amore ha generato il Figlio, colui che ama Gesù uomo, quell’uomo che solo lui poteva darci, quell’uomo che l’umanità non avrebbe mai potuto generare, produrre. È questo Amore che sta dietro a Gesù e di cui Gesù si fa esegeta tra gli uomini (exeghésato: Gv 1,18), perché l’incarnazione, il farsi carne, sárx, della Parola di Dio, del lógos toû theoû (cf. Gv 1,14), è in vista della conoscenza, della narrazione dell’Amore. L’Amore generante ha inviato il Figlio nel mondo (cf. Gv 3,17.34; 4,34; 5,23.24.30.36.37.38; 6,29.38.39.44.57; 7,16.18.28.29.33; 8,16.18.26.29.42; 9,4; 10,36; 11,42; 12,44.45.49; 13,20; 14,24; 15,21; 16,5; 17,3.8.18.21.23.25; 20,21), e Gesù è consapevole di questo Amore che egli deve raccontare, testimoniare fino alla fine, per poi, attraverso il grido: «È compiuto (Gv 19,30), tutto ho realizzato!», fare ritorno all’Amore. Ecco perché, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo (eis télos)» (Gv 13,1), fino alla fine dei suoi giorni nel mondo, fino alla morte. 

Sì, «Dio è Amore» (1Gv 4,8.16) e «nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18; cf. 1Gv 4,12) nella sua autenticità, nella sua pienezza, ma il Figlio ci ha raccontato, exeghésato, il Dio Amore. Questa è la nostra fede, la particolarità che rende il cristianesimo «altro», altro dallo stesso ebraismo veterotestamentario che ne è la radice. In quest’ottica noi possiamo leggere questa sera, dietro il racconto fornitoci da Gesù, chi è il nostro Dio, come agisce in noi il nostro Dio. Questa, del resto, è l’intenzione di tutto il quarto vangelo: leggere la vita e le azioni di Gesù, ascoltare le sue parole come eco del Padre, come racconto di Dio. 

Questa dunque è l’epifania di Dio, dopo la quale i discepoli, se avessero fede, potrebbero dire: «Abbiamo visto il Padre» (cf. Gv 14,9). Ma i discepoli, come ancora noi oggi, fanno difficoltà ad assumere questa visione, restano dei giudei seguaci di Gesù, dei giudei cristianizzati, incapaci di dire a Gesù: «In te vediamo Dio!». Gesù allora fa un’azione precisa, anzi diverse azioni, espresse non a caso da sette verbi: si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, se lo cinge attorno alla vita, versa dell’acqua nel catino, lava i piedi dei discepoli e li asciuga (cf. Gv 13,4-5). Ecco cosa fa l’Amore, cosa fa Dio verso di noi: un Dio inginocchiato ai nostri piedi che lava i nostri piedi sporchi. 
È una liturgia della quale noi possiamo fare profezia, ma che avverrà realmente quando nella nostra morte staremo davanti a Dio: Dio, l’Amore che abbiamo tanto cercato e che abbiamo tentato di vivere, ci laverà i piedi… 

Per questo Gesù afferma subito dopo: «Avete capito questa azione? È l’azione del Kýrios, del Signore, è l’azione di Dio che io, quale didáskalos che insegna, che fa segno a Dio, vi ho mostrato» (cf. Gv 13,12-13). Sì, Dio è talmente diversi dai nostri padri terreni, che questa parola non è adeguata a definirlo neppure per analogia. Per tale ragione preferisco parlare di Dio come dell’Amante, dell’Amore infinito e radicalmente gratuito che non si deve mai meritare. «Io, il Kýrios innanzitutto, poi anche il didáskalos, vi ho lavato i piedi» (cf. Gv 13,14), dice Gesù. Ecco la grande rivelazione di Gesù: Dio è colui che ci ama fino a lavarci i piedi! 

Per questo noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Dall’Amore di Dio, dall’Amore che è Dio scaturisce, dovrebbe scaturire, l’amore tra di noi che confessiamo, aderiamo, crediamo al Dio di Gesù Cristo. E qui, fratelli e sorelle, noi scopriamo la nostra miseria: non ci pieghiamo gli uni di fronte agli altri neanche con un inchino, tanto meno ci inginocchiamo di fronte all’altro, al fratello o alla sorella. Di conseguenza non laviamo i piedi dell’altro, ma guardiamo i suoi piedi per vederne la sporcizia, per giudicarlo. Non siamo nemmeno capaci di misericordia gli uni verso gli altri; anzi, se vediamo i piedi sporchi degli altri crediamo di avere noi i piedi puliti! E noi saremmo discepoli di Gesù, del Gesù che è Vangelo e del Vangelo che è Gesù? Dio è un termine troppo equivoco per gloriarcene, Gesù può essere molto amato da noi come «maestro ideale», come il Santo di cui ci siamo fatti il modello: ma il Dio di Gesù e Gesù stesso sono solo e soltanto ciò che c’è nel Vangelo, sono il Vangelo. I nostri piedi sono sporchi, e quanto più si è vissuto e camminato, tanto più sono sporchi. Forse gli altri non ce li lavano e noi non li laviamo loro, ma Gesù il Signore ci attende, nel nostro esodo da questo mondo all’Amore, per lavarceli. 

Ecco ciò che questa sera viviamo come mistero di Cristo, nel segno della lavanda che chi presiede fa ai fratelli e alle sorelle. È solo un segno che dovrebbe essere memoria per il nostro vivere quotidiano. Vi confesso che l’unica domanda che mi faccio alla sera è: «Oggi ho lavato i piedi a chi ho incontrato?», e non sempre posso rispondere affermativamente. Guardiamo insieme a questo segno, nella fede e nella speranza che il Signore, quando saremo davanti a lui, ci laverà i piedi e ci introdurrà con lui nell’Amore senza fine. 


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Omelia del card. Roberto Repole
arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, 
alla Messa crismale e per il rinnovo delle promesse del Clero 
Chiesa del Santo Volto, Torino 2 aprile 2026 

RIFERIMENTI BIBLICI: 
Prima lettura: Is 61,1-3.6.8-9 
Salmo responsoriale: Sal 88 
Seconda lettura: Ap 1,5-8 
Vangelo: Lc 4,16-21 
[Testo trascritto dalla registrazione audio

Nel giorno di sabato Gesù entra nella sinagoga di Nazaret e a lui spetta di leggere il testo del profeta, la seconda Scrittura che era prevista nella liturgia, che viene riportata dall'evangelista Luca secondo la versione dei Settanta e anche con qualche piccola modifica, forse per allineare meglio la profezia di Isaia con la visione e la prospettiva messianica di Cristo. La Parola del profeta parla di uno sguardo di Dio che si è posato sui poveri, ai quali è annunciata la buona novella, l'Evangelo. Parla di una libertà che viene concessa finalmente ai prigionieri, della vista che viene data ai ciechi, della liberazione degli oppressi, dell'accoglienza nel Signore. 
E Gesù, come sappiamo, commenta questa Parola dicendo che oggi si sta compiendo. 

Ma sappiamo altrettanto bene che, poco dopo, quando gli occhi di tutti sono ancora fissi su di Lui, quando c'è ancora un clima di consonanza, di accoglienza nei suoi confronti, è Lui stesso a provocare l'assemblea: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso”». Non sappiamo da dove provenga questo proverbio, neppure ne conosciamo con esattezza il senso. Ci aiuta forse un piccolo passaggio dell'evangelo apocrifo di Tommaso, che riporta diversi detti di Gesù e, al capo 31, afferma che Gesù disse: «Nessun profeta è bene accetto in patria e nessun medico può curare i suoi conoscenti». Se fosse così, allora il senso di questo proverbio a cui ricorre Gesù è abbastanza chiaro: esprime la consapevolezza del fatto che la vicinanza di Dio, il regno che irrompe in Lui e che è rivolto primariamente ai suoi, ai vicini, proprio da loro non è accolto. 

Quel che è certo è che Gesù presenta se stesso come medico. Lo farà anche altre volte: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» e questo avrà una grandissima risonanza nella tradizione della Chiesa. I Padri diranno che il Figlio di Dio si è fatto uomo per curare le ferite della nostra umanità decaduta. In uno splendido discorso, Gregorio di Nazianzo dice: il Figlio di Dio si è fatto uomo per curare il simile con il simile, l'anima con l'anima, il corpo con il corpo. Passaggio stupendo! Quasi a dire che, più siamo a contatto con Cristo, più siamo abbracciati a Lui, più siamo una cosa sola con Lui, e più veniamo curati nelle nostre infermità. 

È una tradizione che si prolunga nella vicenda della Chiesa e che fa sì che tra il XVI e il XVIII secolo questa immagine del Cristo medico evolva nell'immagine del Cristo apotecario, il Cristo farmacista, che prepara gli oli, prepara gli unguenti, prepara le essenze per poter curare l'umanità. C'è una bellissima miniatura del 1500 in cui Adamo ed Eva spogli - perché questo è l'esito della loro disobbedienza, del peccato - sono davanti al banco della farmacia dietro il quale c'è Cristo, il farmacista che prepara gli oli per poter lenire e guarire la malattia dell'uomo e della donna. 

Ebbene, noi siamo qui oggi per poterci presentare come parte dell'umanità malata che ha bisogno di entrare a contatto con il Cristo medico e farmacista, che è qui in mezzo a noi. Portiamo davanti a Lui le malattie della nostra umanità, di questa umanità che all'inizio del nuovo Millennio sembra aver smarrito qualche volta la ragione, che sembra in preda alla follia. Portiamo le malattie di un'umanità che è violenta, che accende focolai di guerra ovunque, ma - lo sappiamo molto bene - che è violenta anche qui da noi, dove non c'è la guerra, ma dove è facile che scoppino odii, rabbie, risentimenti. 
E portiamo le nostre malattie personali, le nostre ferite. Siamo qui per portare le nostre pesantezze, per portare la fatica di rimanere ancorati a quel senso che proviene dalla Pasqua di Cristo e che fa sì che cresca in noi l’accidia, che si esprime a volte in sentimenti di depressione oppure, all'inverso, in un iperattivismo che però è l'altra faccia della stessa medaglia. Siamo qui per portare la malattia di cuori che a volte sono troppo ripiegati su se stessi, troppo vittime dei propri sentimenti, dei propri ricordi, per cui si diventa incapaci di percepire la vicinanza di Cristo, che è l'unica cosa che conta; per cui si diventa incapaci di compassione, di empatia nei confronti delle donne e degli uomini che incontriamo, per molti di noi a cui è affidato anche un ministero. 

Siamo qui per portare tutto questo davanti a Cristo, medico e farmacista, che oggi ancora una volta in questa Messa crismale appronta la sua farmacia. 
L'olio del Battesimo, che ci ha fatti entrare in una vita totalmente nuova, in una vita giovane. Mi piace moltissimo quel passaggio della Lettera ai Colossesi di Paolo, dove dice che Dio ci ha trasferiti dalle tenebre al regno del Figlio del suo amore. Bellissimo! Siamo stati collocati nel regno del Figlio dell'amore del Padre e niente ci può strappare da lì. Oggi Cristo appronta di nuovo quell'olio del Battesimo, che abbiamo ricevuto e che è un fatto del passato che però continua a determinare il presente nella misura in cui lo consentiamo, lo vogliamo. 
Prepara l'olio del Crisma, che fa sì che le nostre energie siano orientate non al male, non là dove c'è il deserto e la morte, ma siano orientate per diventare sempre più simili a Lui. Prepara l'olio dell'Unzione dei malati perché, quando fa capolino nella nostra vita la malattia, lo scoraggiamento, lo sconforto, possiamo sentire che Cristo, medico e terapeuta e farmacista, è lì e ci consola. 
E, soprattutto, prepara e imbandisce ancora una volta il banchetto dell'Eucarestia, il farmaco dell'immortalità, l'unico nutrimento che è capace di nutrire coloro che sono già risorti in Cristo. 

E fa bene anche a noi preti, a noi diaconi, presentarci così, davanti a Cristo medico e farmacista, perché non siamo dei super-uomini e, men che meno, siamo dei super-cristiani. Siamo qui, nella Chiesa, per continuare a ricevere la misericordia del Signore, per essere toccati da Lui ed essere sanati nelle nostre infermità, per poter gustare quella giovinezza che ci viene dall'appartenere a Lui, dall'essere suoi, dall'essere immersi nella morte e nella risurrezione di Cristo, ben sapendo - ben sapendo! - che troppo spesso può invaderci, invece, il senso della vecchiaia: nei sentimenti che coltiviamo, nelle scelte che facciamo, persino nel modo che abbiamo di concepire la realtà della Chiesa, quando la concepiamo in modi troppo mondani. 

C'è una splendida omelia di San Massimo di Torino, l'omelia 54, in cui dice che la Pasqua è il passaggio dalla vecchiaia alla giovinezza. Splendido! In genere noi passiamo dalla giovinezza alla vecchiaia; nella Pasqua si passa dalla vecchiaia alla giovinezza, perché - pensa ai catecumeni nella notte di Pasqua - si è immersi appunto nella vita nuova di Cristo, in quella giovinezza seconda, in quella ingenuità seconda che è data da Lui. E poi continua dicendo: per chi è immerso nella giovinezza si tratta di seguire quel fanciullo che Gesù una volta ha proposto, perché soltanto chi diventa come Lui può entrare nel Regno di Dio. Ma chi è quel fanciullo? Dice Massimo (1) :  

Egli è senza dubbio il fanciullo che, perché innocente, quando veniva insultato, non insultava, quando veniva percosso, non ricambiava le percosse, che anzi nella sua stessa passione pregò per i suoi nemici dicendo: Padre, perdona loro perché non sanno che cosa fanno. Così il Signore aggiunge la bontà della misericordia all'innocenza che la natura dona ai bambini. Dunque questo è il fanciullo che si propone ai piccoli di imitare e di seguire; infatti egli dice: Prendi la tua croce e seguimi. 

Fa bene anche a noi preti, a noi diaconi, di collocarci così oggi e di percepire che siamo ministri della cura e della farmacia di Cristo nella misura in cui, però, ci lasciamo toccare profondamente da questa cura. Non siamo “terzi” rispetto a Cristo e rispetto all'umanità che serviamo con il nostro ministero. La pastorale non vuol dire portare altri in un Paese che è straniero a noi e a loro. Se ha un senso, la pastorale significa condurre altri, proporre ad altri ciò che per grazia ci è dato di abitare. Qualcosa che serviamo con le nostre attività, con il nostro ministero; qualcosa che serviamo anche incessantemente con la nostra preghiera, che non ci è tolta anche nei giorni della vecchiaia e della malattia. Una preghiera che deve tenere desta la passione dell'umanità, ma che deve tenere desto ancora di più l'amore di Dio, che è il più grande di ogni passione dell'umanità. 

Mi sembra bella, allora, la poesia di Mario Luzi che può essere il modo più bello con cui augurarci una buona Pasqua (2): 

Dal sepolcro la vita è deflagrata. 
La morte ha perduto il duro agone. 
Comincia un'era nuova: 
l'uomo riconciliato nella nuova 
alleanza sancita dal tuo sangue 
ha dinanzi a sé la via. 
Difficile tenersi in quel cammino. 
La porta del tuo regno è stretta. 
Ora sì, o Redentore, 
che abbiamo bisogno del tuo aiuto, 
ora che invochiamo il tuo soccorso, 
tu, guida e presidio, non ce lo negare. 
L'offesa del mondo è stata immane. 
Infinitamente più grande è stato il tuo amore. 
Noi con amore ti chiediamo amore. Amen. 

[trascrizione a cura di LR]

1 MASSIMO DI TORINO, Sermone 54, in «Sermoni», Città Nuova (Testi Patristici)
2 M. LUZI, La Passione. Via Crucis al Colosseo, Garzanti, Milano 1999, p. 75

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Parrocchia Collegiata S. Ambrogio - Varazze 
Don Claudio Doglio 2 aprile 2026

Messa “in Cena Domini”: Vi ho dato l’esempio perché facciate come me

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2 aprile 2026 
Cena del Signore 
Giovanni 13,1-15 

Omelia di fr. Sabino Chialà, priore di Bose 

Fratelli e sorelle, 
siamo qui radunati per rivivere il mistero pasquale, segno efficace della nostra salvezza. Domenica scorsa, con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, abbiamo iniziato a vivere la settimana santa, introdotti dal Messia umile e mite che entra nella città a dorso di un’asina accompagnata da un puledro, espressione di una regalità insolita, così diversa da quelle cui siamo abituati. 

 Con la celebrazione della Cena del Signore ci addentriamo nel cuore del mistero pasquale. Un mistero nel quale contempliamo e riviviamo l’essenza della nostra fede. In questo mistero siamo invitati a scendere e a sostare, per riceverne luce, forza e salvezza: luce per capire, forza per camminare, salvezza per rinascere. A questo vuole invitarci la liturgia, che in questi giorni assume un ritmo particolare: più lento e più intenso. 

 Siamo qui… ma con quali sentimenti? Qualcuno potrebbe dire: il mondo è in fiamme e i cristiani cosa fanno? Celebrano la Pasqua! Come sognatori e illusi che continuano a perpetuare riti inutili, che si ridicono l’un l’altro vane parole consolatorie. 

 Sì, noi celebriamo la Pasqua, perché questo abbiamo! E da qui, come cristiani, dobbiamo ripartire ogni volta… Celebriamo la Pasqua, però, non per evadere... ignorando i drammi del nostro mondo, ma per guardarli a partire dal mistero pasquale, dalla sua prospettiva: quella del Messia morto e risorto. 

 Celebriamo la Pasqua, innanzitutto, perché crediamo che in quei drammi il Signore è presente. In essi egli vive ancora la sua morte e resurrezione. La celebriamo perché crediamo che la disumanità crescente, che avvilisce il nostro mondo, non resta ai margini del mistero pasquale, ma penetra nel suo cuore. Come dice un padre della Chiesa, Massimo il Confessore, Cristo “accoglie in se stesso e soffre la passione di ciascuno, fino alla fine dei tempi, secondo la misura della sofferenza di ciascuno”. 

 Siamo qui perché crediamo che la sofferenza di ogni bambino affamato, di ogni prigioniero umiliato, di ogni straniero rifiutato… è parte del mistero pasquale. Siamo qui non per ritagliarci uno spazio sacro dove consolarci al riparo dalle brutture del mondo, ma per contemplare il mondo intero, con le sue brutture, al cuore del mistero di Cristo. Siamo qui per ridire a noi e a tutti che il dramma del mondo è il dramma del nostro Dio; che ogni sofferenza, senza distinzioni né limiti, è sofferenza del nostro Dio. 

 Forse mai come in questi giorni abbiamo sentito lancinante il versetto finale del canto della vigna, dove il profeta Isaia, con un tragico gioco di parole in ebraico, dice che Dio “si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, si attendeva rettitudine, ed ecco grida di oppressi” (Is 5,7). Sono parole di ammonimento, ma prima ancora sono parole di dolore: il dolore del nostro Dio. Forse mai come quest’anno abbiamo sentito vero e lancinante il canto delle Lamentazioni. Quelle parole crude e crudeli, che ci scandalizzano e che vorremmo sopprimere… ci rimandano invece alla nostra realtà: bambini affamati e uccisi; giovani privati del loro futuro; anziani umiliati nella loro dignità; popoli sfruttati, rifiutati, oppressi; disperati che continuano a morire in mare; capi spudorati e arroganti, che decidono le sorti di popoli interi; leggi razziste, che decretano pene di morte selettive. 

 Noi celebriamo la Pasqua per ricordare – non a Dio, ma a noi! – che tutto questo avviene nello spazio del mistero pasquale, perché avviene alla presenza di Dio. Lo aveva già detto Gesù: “Neppure un passero cade a terra senza il Padre mio” (Mt 10,29); da intendersi non “senza il volere di Dio”, ma “senza che lui sia presente e partecipe”. 

 C’è poi un’altra ragione per cui noi celebriamo la Pasqua: perché in essa abbiamo la possibilità di tornare a osservare, in Gesù, i modi di Dio: come egli sta in questa nostra umanità. Seguire Gesù nella sua passione è un modo per re-imparare da lui, per ri-orientare i nostri passi. Di questo abbiamo bisogno, specialmente in questo tempo in cui l’aggettivo “cristiano” è sventolato per difendere le cause più antievangeliche; mentre leader cristiani benedicono guerre e guerrafondai; mentre il nome di Dio è invocato per discriminare e innalzare muri a garanzia di territori cristiani. 

 Forse nessuno ha il diritto di definire in astratto cosa sia cristiano e cosa non lo sia. Ma tutti possiamo impararlo da Cristo e dai suoi modi. Quei modi che in questa settimana santa ci sono messi, ancora una volta, davanti agli occhi. Il mistero pasquale diventa allora per noi criterio di discernimento, bussola per orientarci. Anche per questo noi cristiani celebriamo la Pasqua: perché crediamo di avere in essa il criterio per distinguere le vie mortifere da quelle che invece possono ridare a questa nostra umanità un po’ di dignità. Come per dire, a noi stessi innanzitutto: ecco il nostro umanesimo! Ecco per quale via noi crediamo che questo mondo possa ritrovare la sua dignità! 

 E la prima immagine che ci viene incontro nella contemplazione del mistero pasquale è quella che abbiamo riascoltato nella pagina evangelica appena proclamata: l’immagine scandalosa di un Dio che si abbassa a lavare i piedi dei suoi discepoli; di tutti i suoi discepoli, senza distinzione: anche i piedi del traditore. 

 Fa questo non con leggerezza, ma sapendo... come scandisce l’evangelista. “Sapendo che era venuta la sua ora” (v. 1); sapendo “chi è che lo tradiva” (v. 11); sapendo “che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava” (v. 3). Gesù sa che è la sua ora, e non fugge. Sa che c’è un traditore, e non lo evita. È consapevole del fatto che la sua vita è in buone mani: quelle del Padre. 

 Queste tre conoscenze ne fanno l’essere più fedele e più libero che la nostra umanità abbia mai conosciuto: fedele ai suoi discepoli, e libero di amarli fino alla fine: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (v. 1). 

 Una scena di intimità, quella descritta dal nostro brano, nella quale Gesù compie una serie di gesti insoliti e scandalosi, che provocheranno la dura reazione di Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (v. 8); eco di quello che il medesimo apostolo aveva obiettato al primo annuncio della passione: “Questo non ti accadrà mai!” (Mt 16,22). Giovanni indugia su quei gesti che parlano di abbassamento e di cura: “Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto” (v. 4-5). Interessante quel “cominciò”, che lascia quell’azione aperta e incompiuta: dunque idealmente essa continua ancora. 

 Ma oltre a compiere dei gesti, Gesù assume una postura particolare: per poter lavare i piedi, deve abbassarsi, e dunque gli è dato di guardare i suoi discepoli da un’altra prospettiva, da un punto di osservazione insolito per un qualsiasi maestro, ma non per lui: dal basso verso l’alto. 

 Non è un elemento trascurabile. Gesù aveva già assunto quella postura in un altro passo evangelico: davanti alla donna adultera, quando per due volte si era abbassato davanti a lei, quasi per invitare i suoi accusatori a guardarla da quella prospettiva: “Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra” (Gv 8,6); e ancora: “E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra” (Gv 8,8). 

 È il linguaggio dei gesti, così caro al Maestro! Il mistero pasquale è logica di abbassamento: il Dio altissimo che si fa infimo; colui che siete nei cieli, scende agli inferi! Il vangelo di oggi ci dice che Gesù continua a lavare i piedi dei discepoli, continua a lavare i piedi della nostra umanità… Così la salva, innestatola nel suo mistero. Ma così anche ci indica la prospettiva dalla quale è necessario porsi per ritrovare vie di riconciliazione e di pace. Per questo dopo aver lavato i piedi ai discepoli, invita anche loro ad assumere quella posizione: “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (v. 15). Come a dire: guardate ciascun essere umano dalla prospettiva di chi gli lava i piedi, e capirete… e troverete… e ritroverete la pace! 

 Impareremo mai a guardare ogni essere umano dal basso verso l’alto? E dunque a rispettarne l’umanità, quale che sia la lingua nella quale si esprime, il colore della sua pelle, la sua religione? Ma questa è la condizione – ci ricorda Gesù – per la pace. E questa è anche la ragione per la quale, in questo nostro mondo, noi continuiamo a celebrare il mistero della Pasqua. 

 Infine vorrei dire una parola più particolarmente ai miei fratelli e alle mie sorelle. Questa celebrazione ha da sempre avuto un significato particolare per noi: momento nel quale chi presiede, nel gesto della lavanda dei piedi, ridice la postura nella quale cerca di esercitare il suo ministero e, al contempo, chiede perdono per le volte in cui non ne è stato capace. È anche il momento nel quale ricordiamo la forma della nostra koinonia, richiesta dal Maestro: “Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (v. 14). Il lavare i piedi – gesto che tra poco faremo io e Silvia – vuole ricordare a chi nella comunità esercita un’autorità e a ciascun fratello e sorella (perché nessuno è senza autorità), che questa è l’unica forma communionis che può rendere salda la nostra vita insieme. Chi cerca altro, anziché edificare, distrugge! 

 Questa liturgia è dunque per noi anche l’occasione per contemplare la nostra comunione nel mistero pasquale e chiedere al Cristo morto e risorto, al Maestro che a ciascuno di noi lava i piedi, di darci la forza di lavarli gli uni agli altri, ogni giorno. 

 A lui affidiamo anche i nostri legami… In questo gesto vogliamo fare memoria di tutti i fratelli e le sorelle con i quali abbiamo stretto l’alleanza, dagli inizi fino a oggi. Un’alleanza che resta, nonostante le nostre infedeltà, perché è il Signore a custodirla, ed è lui che dirà su ciascuno la parola definitiva. Tutti, nessuno escluso: quelli che sono già presso il Padre, quelli che non sono più tra noi ma altrove, e particolarmente i fratelli e le sorelle che vivono questa liturgia nelle fraternità. Il Signore accolga tutti noi nel mistero della sua Pasqua. 

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