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Umberto Galimberti "La pausa è un incubo se non può tacere il rumore del mondo"

28 Dicembre 2025 

Ci identifichiamo sempre di più con la nostra funzione sociale. Così la vacanza non è più un vuoto in cui ritrovarsi, ma uno spazio da riempire di stimoli. Ecco cosa possiamo fare per ritrovare un tempo che sia intimo e benefico. 

Che significa “pausa”? Un’interruzione delle abituali occupazioni. Se ne parla anche come di una “vacanza”, parola che viene dal latino vacuum che significa “vuoto”. E nonostante si sia tutti contenti quando c’è una pausa, una vacanza o un ponte che si estende sul “vuoto” che separa due lembi di terra, questa sottile e malcelata presenza del vuoto un po’ inquieta, perché ci toglie dalle quotidiane abitudini che, a nostra insaputa, quotidianamente ci sorreggono (“Conserva la regola e la regola ti conserverà” dice un proverbio milanese), per porci improvvisamente di fronte a quel noi stessi che siamo, al di là di quello che abitualmente facciamo. 

Non è un incontro facile con noi stessi, ridotti come siamo a funzionari di apparati, dove quotidianamente dobbiamo compiere le azioni descritte e prescritte dall’apparato, secondo quei valori oggi imposti dalla tecnica e dal mercato che sono efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo che ha già superato le capacità temporali della nostra psiche, con conseguenti fenomeni d’ansia e vissuti, più o meno giustificati, di inadeguatezza rispetto agli obbiettivi da raggiungere che l’apparato di appartenenza di volta in volta ci assegna. 

A questo punto la nostra identità non è più nostra, ma dipende dal nostro livello di funzionalità all’interno dell’apparato, per cui se l’apparato ci promuove in carriera abbiamo un consolidamento della nostra identità, se invece ci mette da parte con pratiche di mobbing, abbiamo un indebolimento della nostra identità con demotivazione, depressione e in alcuni casi anche il gesto estremo. E allora la pausa lavorativa, la vacanza, il ponte cambiano volto al vuoto che creano, che non è più una ripresa di forze e motivazioni, ma un incubo con margini di speranza ridotti al minimo. A questo ci porta l’aver affidato ciò che “siamo” a ciò che “facciamo”. 

A questa situazione si aggiunge il fatto che nel mondo disegnato dalla tecnica e dal mercato, l’uomo non è, come da più parti si sente dire, un “uomo senz’anima”, o addirittura dall’anima “vuota”, ma piuttosto dall’anima “sovraccarica”, perché inondata da merci, pubblicità, atteggiamenti, opinioni, sentimenti che, come potenze omologanti, riempiono per intero la sua anima che, a questo punto, diventa coestensiva al mondo, o a ciò che le viene destinato come mondo, con conseguente perdita della propria specificità, fino a dimenticare, come ci segnala l’antico mito gnostico, persino il proprio “nome”. 

E se il vuoto creato dalla pausa, dalla vacanza, dal ponte servissero proprio per recuperare il proprio nome, in modo da salvare quel che di specificatamente nostro resta dopo esserci identificati con la nostra funzione? Questo sarebbe necessario perché altrimenti si viene a creare quella situazione paradossale in cui l’autenticità, l’essere se stesso, il conoscere se stesso, che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima (gnothi seautón), diventa, nel regime della funzionalità dell’età della tecnica, qualcosa di patologico, come può esserlo l’esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest’ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che “essere se stesso” e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia. 

Del resto agli occhi dell’apparato, per il quale il modello perfetto è sempre più la macchina (vedi l’intelligenza artificiale), l’individualità di ciascuno di noi, che per principio è un discretum, un che di separato, come riserva di significati propri che resistono all’omologazione, appare come qualcosa di non funzionale che impedisce all’uomo, che già funziona come una macchina, di funzionare perfettamente come una macchina. 

L’individualità, che ha nella propria interiorità la sua radice, è un ostacolo all’esigenza totalitaria implicita nella tecnica, non per ragioni di potere, ma per ragioni di funzionalità. Guardando il mondo dal punto di vista della funzionalità, per la tecnica non dovrebbe esistere nulla di discreto, nulla di autonomo, di privato, di intimo in senso psicologico, nulla di inconscio. 

Alla perdita dell’interiorità, e con essa della propria specifica individualità, concorre il “rumore del mondo”, ossia quella sottomissione acustico-visiva per cui sempre meno esiste un posto silenzioso e non inondato da immagini, che consenta al ciascun individuo un minimo di introversione. Penetrando senza essere richiesto, in modo indiscreto e invadente, senza neppure bisogno del nostro esplicito consenso, il mondo delle parole e delle immagini ci costringe alla partecipazione là dove le parole rinviano e dove le immagini rimandano, in quella sorta di capovolgimento del rapporto figura-sfondo, per cui la parola non emerge dal silenzio, e l’immagine dallo sfondo, ma parole e immagini sono divenute lo sfondo da cui ciascuno deve ritagliare un brandello di silenzio e di vuoto per incontrare se stesso. E se la pausa, la vacanza, il ponte ci offrissero questa possibilità? La possibilità ce la offrono, ma noi che abbiamo interiorizzato la temporalità tipica della tecnica, siamo in grado di coglierla? 

Dico questo perché l’obbiettivo della tecnica è da sempre la riduzione dello spazio e del tempo che intercorrono tra il bisogno e la sua soddisfazione. E l’individuo, che riflette il mondo creato dalla tecnica, vive il tempo e lo spazio come qualcosa da sopprimere, e questo non solo e non tanto perché, come scrive Günther Anders ne L’uomo è antiquato (vol. II, 1980): «Il desiderio che lo percorre è quello di lasciarsi il più rapidamente possibile qualcosa alle spalle, perché tutto, in quanto dura, dura troppo, e per questo motivo è qualcosa che ruba tempo, qualcosa di negativo», ma soprattutto perché la tecnica, trattando ogni fine raggiunto come semplice mezzo per il raggiungimento di fini ulteriori, finisce col rendere invisibili e irraggiungibili gli scopi finali, lasciando sul terreno solo quel tracciato di percorsi, dove l’unico imperativo etico è quello di percorrerli il più rapidamente possibile. 

L’effetto di questa restrizione della temporalità si ripercuote sulle situazioni affettive per cui la gioia, come soddisfazione raggiunta, è un istante detemporalizzato, la noia, scandita da quelle occupazioni monotone che non fanno più percepire la distanza o la prossimità dell’obbiettivo, è il ristagno del tempo, mentre l’angoscia è quel tempo che si interpone tra il bisogno e il timore della sua mancata soddisfazione. Assistiamo così a una regressione dell’uomo a quello stadio infantile dove spazio e tempo erano vissuti esclusivamente come forme di impedimento, come ostacoli al raggiungimento immediato dei propri desideri. E allora forse il segreto sella pausa, della vacanza, del ponte è nel recupero dello spazio e del tempo umani che non coincidono in nulla con lo spazio e il tempo che la tecnica e il mercato esigono da noi. 


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