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Erri De Luca "Sabato, intercapedine tra prima e dopo"

Nel giorno della cessazione, il corpo deposto resta in attesa: sospeso tra compimento e ritorno, mentre la vita prepara il suo richiamo.

Cosa succede a Giona nella pancia del pesce, trattenuto tre giorni? Cosa succede al crocifisso deposto nella grotta, prima dell’esplosiva forza espulsiva della resurrezione? È sabato, shabbàt, voce del verbo cessare. Cessata la giovane vita sul palo del supplizio della legge romana, cessata l’opera di predicazione, le parole da nessuno trascritte sul momento: sabato è intercapedine tra il tempo di prima e quello di dopo, l’eternità che è emigrazione in altro continente. Sta nella grotta come nella pancia del pesce di Giona, sta nella stiva della solitudine. 

Questo giorno di sabato nel buio della caverna è finalmente un tempo liberato da ogni divenire, nient’altro da aggiungere. Guarda da fuori il suo corpo sfinito dall’agonia. Lo ha usato fino all’ultima sillaba al servizio di una volontà che così ha disposto. Questa volontà non si è fatta distogliere dalla richiesta di risparmiargli il martirio. Ma neanche lui ha risparmiato il suo corpo, quando sarebbe bastato rinnegare sé stesso davanti al tribunale romano. Si è fatto condannare a morte per non abiurare. Guarda il suo corpo e non ne prova pena. Quella è rimasta fuori, tra i suoi cari, i seguaci. Il suo corpo chiamato a sprigionare luce per i ciechi, musica per i sordi, agilità agli storpi, il suo corpo sorgente di fraternità, il suo corpo straziato: poteva staccarlo dal patibolo, come chiedeva ironico uno degli aguzzini? Sì, poteva, e poi? Sarebbe stato ricordato per il suo gioco di prestigio, un oplà precursore di Houdini, altro ebreo abile a districarsi con le serrature. Oplà e sarebbe sceso illeso dai pali della croce, snaturato perché superiore a ogni legge di natura. 

Era venuto invece per essere inferiore, disprezzato, essere il servo annunciato da Isaia. Un giorno intercapedine per stare col suo corpo, prodigioso fin dall’atto di nascita. Un giorno di pace, sabato di cessazione dal dover incarnare le salvezze altrui. Guarda il suo corpo. Pensa a quello di Lazzaro, toccato da lui e resuscitato, scippato alla morte, riportato indietro. A Lazzaro pensa, al potere febbrile del suo tatto: è stato bello trasmette la vita con i polpastrelli, guarire le ferite con una carezza. Al termine del giorno intercapedine sentirà bussare. Sarà prima un tocco leggero, poi più fitto, più forte, un battito cardiaco che dal corpo lo chiamerà a rientrare. Poi si spalancherà il giorno uno della resurrezione e dell’eternità. Ma finché dura il sabato di ogni cessazione, lui veglia il corpo che ha rinnovato il mondo.


Fonte: Avvenire


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