Paolo Gamberini "Gustare il bene"
27 febbraio 2026
Prima di leggere questo testo, va a prendere un oggetto che tu possa gustare assaporandolo. Poi ritorna. Ora ti invito a sederti comodamente per pochi istanti. Contatta il tuo respiro. Inizia a spezzettare il frutto o cioccolato, lentamente, gustando e prestando attenzione alla fragranza di questo oggetto. Fai attenzione. Resta per qualche istante ancora seduto. Adesso riflettiamo insieme.
Se gusto una cosa per quello che è, senza fretta e senza volerla subito piegare a me, comincio a spostarmi da una logica di consumo a una logica di presenza. Il gusto lento mi obbliga a restare, a non afferrare, a non ridurre ciò che ho davanti alla mia utilità. In questa attenzione paziente qualcosa cambia: la cosa non è più un oggetto per me, ma una realtà che ha una propria consistenza, una propria dignità. Gustandone l’essenza, scopro che ciò che la rende preziosa non nasce dal fatto che mi serve, ma dal fatto che è.
E proprio perché è, eccede me. In quel momento non me ne approprio, ma la riconosco.
Il riconoscimento è il punto decisivo: non trattengo, non inglobo, non trasformo in possesso ciò che ha una portata che supera il mio interesse. Il piacere non sparisce, ma si purifica; non è più esclusivo, non è più predatorio. Diventa partecipazione a qualcosa che vale anche per altri, che non si esaurisce nel mio godimento.
Se questo movimento diventa stabile, diventa etica. L’azione morale non nasce da un divieto esterno, ma da uno sguardo trasformato. Ciò che ho riconosciuto nella sua essenza non posso più trattarlo come mezzo. Non perché una regola me lo impedisca, ma perché tradirei ciò che ho visto e gustato. Ogni realtà – una persona, una cosa, un’esperienza – porta in sé un valore che non coincide con il mio vantaggio o svantaggio. Mi piace o non mi piace. “Agire bene” significa muoversi in modo che ciò che incontro non venga impoverito dal mio passaggio. Se il mio modo di godere distrugge, consuma, svuota, allora non era vero gusto ma appropriazione.
Nei rapporti umani questo diventa esigente. Gustare una persona per ciò che è significa ascoltarla senza volerla modellare, amarla senza trasformarla in risposta ai miei bisogni, riconoscere la sua libertà come parte della sua essenza. L’altro non è un completamento della mia mancanza, né uno strumento per la mia sicurezza e benessere. È una persona, centro di valore che mi precede e mi supera. Se lo riconosco davvero, non posso dominarlo, manipolarlo o possederlo senza contraddire ciò che ho contemplato. Amare, in questa prospettiva, è lasciare che l’altro sia, e desiderare il suo bene anche quando non coincide con il mio controllo. È accettare che la relazione non sia appropriazione ma incontro, non fusione ma reciprocità tra libertà.
Questa etica non elimina il desiderio, ma lo educa. Non cancella il piacere, ma lo sottrae alla logica del possesso. Mi chiede di rallentare – etica del slow food – prima di prendere; di contemplare, prima di usare; di riconoscere il valore, prima dell’utilità; di ascoltarmi, prima di reagire. Mi chiede anche il coraggio di perdere qualcosa: l’illusione del controllo, la sicurezza del dominio, la comodità di ridurre l’altro a funzione. Ogni altro/a ridotta a funzione (di me), diventa una finzione, e avvia l’inevitabile samsara di una comunicazione violenta fatta di stereotipi, insulti, epiteti, etichette. Comunicazione sì, ma ideologica.
Uscire dalle nebbie dell’illusione e della “fu(i)nzione” è indispensabile per chi medita. È il test per verificare (far verità su di sé) se la meditazione è stata egocentrica o invece Sécentrica. Solo in questo secondo caso si assapora la gioia vera, quella che nasce dal partecipare a un bene che non è solo mio. Vivere così significa passare dal consumare il mondo al custodirlo, dal trattenere al condividere, dall’appropriarsi al riconoscere. E questo riconoscimento, quando diventa stabile, è già il fondamento di un’etica del Sé.
L’amore, allora, non è appropriazione ma custodia; non è fusione che annulla, ma relazione che lascia spazio. Se nel mio modo di amare l’altro si restringe, si spegne o perde autonomia, non sto amando: sto consumando. Se invece la mia presenza permette all’altro di essere più pienamente se stesso, allora il mio desiderio è diventato etico.
Lo stesso vale per l’amicizia, per il lavoro, per l’esercizio del potere. Ogni volta che entro in relazione posso scegliere se afferrare o contemplare, dominare o riconoscere. L’etica contemplativa non elimina il piacere, non elimina il desiderio, non elimina l’azione; li trasforma. Li orienta dall’ego al Sé. Il piacere diventa gratitudine, il desiderio diventa cura, l’azione diventa servizio al valore che ho riconosciuto. Vivere così significa accettare di perdere una parte di controllo, ma guadagnare una forma più alta di libertà: la libertà di non dover possedere ciò che amo. Come dice egregiamente Timothy Radcliffe in un testo Amare nella libertà: “Noi dobbiamo amare le persone in modo che essere siano libere di amare gli altri più di noi”. In questa libertà il bene non è più qualcosa che trattengo, ma qualcosa a cui partecipo insieme agli altri in abbondanza. E ce n’è abbastanza per tutti.
