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Anche i preti piangono

I preti “costretti” a dire cose sempre più grandi di loro si sentono inadeguati e spesso lo sono. La loro umanità è messa alla prova e pesa. Anche per questo i preti piangono. Ma non piangono solo per questo.

“Anche i preti piangono?”. È la domanda che, recentemente, una persona cara, in lacrime, mi ha rivolto. È una domanda bellissima, che mi ha commosso, perché incrocia la questione dell’umanità del prete che spesso rischia di finire in secondo piano, fino a scomparire. 

Il prete piange perché deve lasciare la parrocchia 

In questi giorni nei quali, per diversi motivi, la figura del prete è tornata alla ribalta anche nel mondo social, mostrando spesso come il concetto di prete sia quello di una sorta di superuomo che non può permettersi fatica, dolore e dispiaceri, questa domanda suona come benedizione. 

Mi ha impressionato, infatti, vedere come tante persone, anche vicine ai sacerdoti, magari volontari nei nostri oratori, ritengano che l’unico problema che può avere un prete sia quello di un eventuale trasferimento; in questo caso, si ammette che per il prete ci possa essere un tempo di fatica legato al distacco, ma nulla più. Ebbene, non è così! Anche i preti piangono, eccome. Perché? Per tante ragioni. 

Piange perché Dio tace anche con lui, perché è stanco... 

Un prete può piangere perché vive un tempo nel quale ha la percezione che il cielo sia chiuso, che la sua preghiera non giunga a Dio, che Dio non abbia tempo per lui. Un prete può piangere per la preoccupazione di situazioni presenti nella sua famiglia o in famiglie di persone a lui care, situazioni nelle quali non riesce o non può intervenire. Un prete può piangere per la fatica dei tanti impegni, che cerca di portare a termine con tutte le sue energie, trovandosi però con l’impressione di correre dappertutto e ininterrottamente senza tuttavia arrivare davvero da qualche parte. 

Un prete può piangere perché non si sente capito; non intendo qui la polemica sterile nei confronti dei superiori che non valorizzerebbero le capacità del prete e nemmeno dei parrocchiani che non comprendono l’impegno del loro pastore. Intendo, invece, il continuo rivolgersi a lui come fosse l’uomo illuminato che ha la soluzione per i problemi di tutti, senza rivolgere mai a lui la fondamentale domanda: “Tu come stai, Don?”. 

Perché sta male mentre si pensa che lui stia bene... 

Sì, anche un prete può non star bene e questo non avviene, come qualcuno ritiene, perché ha “buon tempo”. Fa davvero male sentire commenti, anche se ufficialmente scherzosi, quali: “Ho sbagliato a non fare il prete, almeno mi pagavano per dire solo una messa al giorno come te… Cosa ne sai tu dei problemi della vita, che sei un prete?… Se non siete contenti voi preti che di problemi non ne avete, gli altri cosa dovrebbero dire?…”. 

Non è migliore nemmeno il concetto di chi sostiene che il prete, essendo uomo di Dio e di fede, non possa avere difficoltà: questa concezione nasconde un concetto magico e pericoloso del ministero sacerdotale, come se il prete avesse una sorta di canale preferenziale nei confronti di Dio, grazie al quale al sorgere di un eventuale problema egli avrebbe immediatamente la sua soluzione, che giungerebbe dall’alto. Le crisi dei preti, sempre più frequenti, stanno ad attestare che non è così. 

Poi arriva la crisi e il prete piange perché non ce la fa più a continuare... 

Un prete che va in difficoltà non lo fa perché lo vuole né perché non sa apprezzare ciò che ha, ma perché subentra qualcosa nella vita sacerdotale che richiede di mettersi in discussione, di fare un cammino sofferto di discernimento e, infine, di decidere. 

È straziante vedere le lacrime di un prete che deve decidere se proseguire o meno nel suo ministero, schiacciato dalla responsabilità della scelta, che pure è necessaria, dalla consapevolezza che ci sarà chi soffrirà per questa, dalla paura dell’abbandono delle persone a lui più care, in primis i genitori, che potrebbero non capire o non accettare la sua decisione. 

Alla fine: è un uomo ed è una benedizione che qualcuno parli delle sue difficoltà 

Infine, il prete, ed è una grande grazia di Dio, piange perché è un uomo. La fede, che egli custodisce e cerca di rafforzare quotidianamente nella preghiera e nella celebrazione dei sacramenti, non è un antidoto alla fatica della vita e ai drammi che essa presenta, ma il dono di Dio che permette anche al deserto di diventare strada. 

Tuttavia, il tempo del deserto va affrontato e le lacrime scendono con abbondanza. Forse, a livello ecclesiale, dopo tanta sovraesposizione mediatica della figura del prete, è necessario cominciare a domandarsi seriamente come stiano i preti e a parlare senza paura né vergogna delle difficoltà che si incontrano nella vita sacerdotale. Il tempo di Quaresima diventi per noi occasione propizia per pregare per i sacerdoti che, secondo quella che resta per me la miglior espressione per definirli, sono “uomini di Dio”, ossia figli amati del Padre, ma innanzitutto semplicemente uomini. 


Prete, è vicario parrocchiale presso la parrocchia di Seriate. Insegna religione. Laureato in Scienze dell’educazione, è appassionato di dinamiche educative e della scuola. Cerca di trovare la mediazione tra la Parola di Dio e le esperienze dell’uomo. 


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