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Tra fede e inquietudine: restare nella Chiesa e far sentire la propria voce

Copertina di Donne Chiesa Mondo con un'opera d'arte in bianco e nero sotto un portale storico e il titolo dell'articolo di Paola Franchina. In basso a destra il logo AlzogliOcchiversoilCielo
Sono una donna nella Chiesa cattolica. Perché, in quanto donna, scelgo di rimanere nonostante il marcato – e talvolta impercettibile – sbilanciamento simbolico e di potere tra i sessi?

La semplice percezione di una presenza femminile diffusa non coincide con un reale accesso ai luoghi decisionali. Le due dimensioni possono convivere: da una parte, un’ampia partecipazione delle donne nelle attività pastorali, educative e caritative; dall’altra, una limitata incidenza nei ruoli di governo e nei livelli formali di responsabilità. 

Il punto, dunque, non è solo la visibilità né la consistenza numerica, ma la qualità della partecipazione e il riconoscimento istituzionale della capacità di contribuire ai processi decisionali. In altre parole, la questione riguarda il potere: non semplicemente l’essere presenti nella vita ecclesiale, ma l’avere un accesso effettivo agli spazi in cui il potere si esercita e si distribuisce. 

Esiste uno scarto significativo rispetto alla società contemporanea: le ondate del femminismo hanno progressivamente ampliato lo spazio pubblico e istituzionale delle donne, mentre nella Chiesa questo processo appare fortemente rallentato. L’istituzione ecclesiale rimane ancorata a un modello patriarcale, in cui la partecipazione femminile è ampia sul piano operativo ma limitata nei centri decisionali. Il gender gap non può essere colmato tramite eccezioni individuali: non basta che un leader maschile conferisca incarichi a donne di fiducia. Senza una trasformazione strutturale delle regole e dei meccanismi di potere, il sistema resta invariato e lo squilibrio si perpetua. 
Talvolta, il patriarcato consente a una donna di accedere a posizioni di vertice, purché operi entro modelli ereditati e codificati dal maschile, senza mettere in discussione la struttura complessiva. 

Il Coordinamento delle Teologhe Italiane rappresenta uno spazio significativo in cui la voce delle donne trova effettivo ascolto: uno spazio separato in cui le donne cristiane sviluppano autocoscienza collettiva. In questo ambito, ritrovano loro stesse e, a partire dalla propria esperienza concreta, elaborano una forma di politica femminile. Questo spazio richiama l’immagine evocata da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, dove l’autrice sostiene che per svolgere un lavoro creativo le donne abbiano bisogno di autonomia materiale e simbolica, un luogo in cui elaborare pensiero e azione. Si evita così il linguaggio astratto dell’universale neutro, privilegiando l’esperienza vissuta: le donne smascherano il maschile generico che pretende di porsi come universale. 

Come si osserva in Genesi, la parola maschile (’îš) non si limita a nominare la donna (’iššâ), ma finisce per definirla entro un orizzonte simbolico e sociale che la circoscrive. Un esempio paradigmatico di questa dinamica è il modello mariano-petrino, in cui Cristo è lo Sposo e la Chiesa la Sposa: una semplificazione della complessità che, strutturando la differenza in forma sponsale, tende a ridurre la pluralità dei ruoli e delle esperienze femminili e maschili a polarità gerarchizzate. 

Se la metafora sponsale è spesso impiegata – e talvolta abusata – nella Chiesa, Linda Pocher, suora salesiana e teologa, in una sua lettera, utilizza la metafora della relazione tossica: una relazione in cui il messaggio dell’altra parte viene ignorato e la posizione di forza serve a mantenere intatto ciò che non si vuole mettere in discussione. Nella Chiesa, l’asimmetria di potere è spesso preservata e giustificata teologicamente; le metafore balthasariane diventano strumenti per non ascoltare l’appello delle donne: l’immagine della relazione tossica evidenzia che nessuna argomentazione teologica può valere quando manca la disponibilità all’ascolto. 

Le teologie di genere contestano questa costruzione, smascherando il funzionamento strutturale del patriarcato e il clericalismo. Esse mostrano come la teologia balthasariana possa essere strumentalizzata per consolidare il dominio maschile e rivelano l’illusione del “genio femminile”, che idealizza la donna rendendola angelica, innocua e inconsistente. Nella Chiesa cattolica, queste dinamiche si acuiscono, poiché l’immagine femminile è prevalentemente mediata dalla voce maschile dei preti, celibi la cui rappresentazione della donna passa spesso dalla lente dell’immagine materna. 

Se da un lato abbiamo il tentativo di addomesticare la voce delle donne, la Bibbia ci ricorda che la donna debba essere kenegdô, ovvero colei che si colloca a fianco dell’uomo, in grado di confrontarsi, sostenere lo sguardo dell’altro e partecipare alla costruzione del potere in forma reciproca. Questo concetto suggerisce relazioni fondate sull’eguaglianza e sulla responsabilità condivisa, rompendo la polarizzazione gerarchica e mettendo in crisi l’ordine simbolico maschile. 

Il “sì” di Maria non è l’eco remissiva di un comando, ma frattura nell’ordine patriarcale. Il suo corpo e la sua parola diventano spazi di decisione autonoma, non oggetti di controllo. E Giuseppe rinuncia al potere legittimato dalla legge maschile, aprendosi all’ascolto. Non è sottomissione: è un esodo dal patriarcato. Le donne possono trasformare il processo di marginalizzazione in un’opportunità per rimettere al centro ciò che è stato relegato ai margini, decostruendo l’orizzonte simbolico patriarcale che imprigiona uomini e donne. L’emergere della voce femminile nella Chiesa mette in questione l’identificazione lineare tra sesso biologico e genere, dischiudendo ambiti simbolici in cui possono articolarsi nuove configurazioni di senso. 

Perché rimango cattolica? Un insegnamento fondamentale del Concilio Vaticano II è che la Chiesa è il popolo di tutte e tutti coloro che credono nel Vangelo, che sono stati battezzati e che desiderano viverlo. 
Rimango nella Chiesa perché sono Chiesa, in comunione con sorelle e fratelli. 
Rimango nella Chiesa, ma provo a far sentire la mia voce: una voce che non sia eco, una voce di donna che si leva come atto di resistenza e di amore.

Docente e teologa


 
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