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Severino Dianich 'La Chiesa e i battezzati adulti'

Illustrazione ad acquerello in stile moderno che mostra un battesimo di adulti, con una comunità di figure stilizzate in cerchio che circonda una persona nell'acqua, nei toni del blu, oro e terracotta su sfondo bianco.

Sta suscitando interesse, negli ambienti più diversi, il fenomeno di uomini e donne, in maggioranza giovani, che si fanno battezzare da adulti, in paesi nei quali, tradizionalmente tutti, o quasi tutti, sono cristiani battezzati da bambini. Che il fatto faccia notizia non stupisce.

I media e l’opinione pubblica affrontano il fenomeno, quasi sempre, domandandosi cosa questo significhi in ordine al ruolo che la Chiesa esercita nella società, quale guadagno il mondo ne tragga, secondo alcuni, o da quali pericoli, secondo altri, sia necessario mettersi in guardia. 

Si cerca di comprendere che cosa accada alla società in questo frangente piuttosto che di che cosa accada alla Chiesa. Ci si interroga cosa produca di nuovo nell’assetto sociale questa crescita del peso che essa esercita sul suo ambiente. 

Senza dire che, tante volte, lo si fa in maniera strabica, ignorando la sproporzione tra il fenomeno, numericamente limitatissimo, dei nuovi accessi alla Chiesa, rispetto a quello, numericamente imponente, degli abbandoni della fede da parte di molti battezzati e della progressiva diminuzione del battesimo dei bambini. 

Di cosa sia sintomo e quali effetti possa produrre nell’assetto sociale l’aumento numerico del battesimo degli adulti è una prospettiva legittima della riflessione e, per chi osserva i fenomeni dell’esterno della Chiesa, per certi aspetti, anche ovvia. Sarebbe, però, un grave errore, se anche all’interno della Chiesa, fra pastori e fedeli che vivono dall’interno l’esperienza ecclesiale, l’interesse dominante restasse su questo piano. 

La Chiesa non è un partito politico 

La missione della Chiesa non è, o se si vuole essere più realisti, non deve essere, impostata come un’opera di proselitismo. Non le deve interessare di diventare più numerosa e più potente. Non deve coltivare la sua gloria. Quando lo fa, tradisce il Battista, per il quale «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30) e tradisce l’Apostolo che ci tiene con forza a dichiarare: «Non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). 

Per un partito politico è ovvio e legittimo fare opera di proselitismo, perché è sua vocazione cercare di ottenere nella società il massimo dei consensi da parte dei cittadini, in modo da poter conquistare ed esercitare legittimamente il potere, nel quadro previsto dalla Costituzione, e costruire una società conforme ai suoi ideali. 

Anche la Chiesa intende operare perché nella società si possano affermare i suoi ideali, ma, paradossalmente, il suo ideale non è quello di affermare sé stessa, acquistare il potere e così poter determinante lo sviluppo della società, bensì l’affermarsi di Cristo nel mondo. 

Gesù stesso, inoltre, sfidato da Pilato sulla sua presunta pretesa di essere un potente di questo mondo, precisava le sue aspirazioni: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18,36). Si impone, comunque, alla Chiesa, proprio in quanto la sua missione è di fare di Cristo l’ideale dell’uomo, di spostarsi ai margini della scena, lasciando a lui il centro. 

La sua natura è quella di una società estroversa, chiamata a realizzare sé stessa fuori di sé stessa. Non è suo successo, cui dover aspirare, rendersi più grande e importante nel mondo, ma rendere la persona e il messaggio di Gesù sempre più influenti nel mondo. 

In un contesto mutato 

In questa prospettiva, quindi, dovrebbe muoversi la riflessione della comunità cristiana su cosa la Chiesa dovrebbe fare, su quali cambiamenti dovrebbe attuare nel suo costume e su quali riforme andrebbero apportate alle sue istituzioni, per rispondere in maniera adeguata a questo fenomeno, relativamente nuovo, delle conversioni di adulti alla fede. 

Gli uomini e le donne, che oggi si fanno cristiani e desiderano entrare nella Chiesa, non sono uguali a coloro che ne fanno parte fin dall’infanzia, in quanto battezzati da bambini. Questi ultimi hanno una personalità plasmata, in maniera più o meno decisiva, dal loro essere stati cresciuti nel quadro di una vita cristiana. 

Può anche accadere che ai nuovi arrivati la proposta della fede sia giunta deformata, quasi fosse l’offerta di un rifugio nello smarrimento di questo mondo. Ma se, come è normale accada, l’offerta della fede è stata loro proposta come un’investitura a una missione, coinvolgimento nell’impresa di trasformare questo mondo, essi non si nutrono di nostalgie, ma si accendono di desideri, non sono attaccati al passato ma proiettati verso il futuro. 
Persone in tal modo determinate apportano prospettive ed energie nuove e innovatrici alla Chiesa, che deve mettersi in condizione di accoglierle. 

Per riattivarsi, infine, nell’opera di evangelizzazione dei non credenti e dei non cristiani ma, non di meno, degli ex cristiani, sarebbe utile cercare di mettere a fuoco, considerando la loro esperienza, i motivi che, nella situazione odierna, in questo o quel paese del mondo, possono accendere in una persona il bisogno di fare un salto di qualità nella propria esistenza, di uscire dalla condizione di superficialità e di occasionalità delle proprie scelte, in cui non di rado si vive, dando alla propria vita un senso e una direzione ben determinata. 

La gioia di trasmettere la fede 

Bisognerebbe individuare quali siano gli aspetti della vita cristiana che oggi rivelano la capacità di attirare l’attenzione delle persone non religiose, o di altra religione, in modo tale da far germogliare in loro il desiderio della fede in Gesù Cristo. 

Nulla di più dell’esperienza vissuta da uomini e donne che, in età adulta, cercano nella Chiesa, nella condivisione della sua fede e nella celebrazione del battesimo, la risposta alla loro ricerca di senso, potrebbe meglio determinare gli orientamenti di vita di una Chiesa che voglia, oggi, nei paesi di antica tradizione cristiana, essere, all’altezza della sua missione. 

Per un intero millennio vescovi e preti hanno esercitato il loro ministero nella cura pastorale di comunità antiche, con alle spalle secoli di vita, mentre non a loro, ma ai missionari che vanno nei paesi dove non ci sono, o sono pochi i cristiani, si affidava l’opera dell’evangelizzazione. 

Oggi, che anche nei paesi di tradizione cristiana molti sono gli uomini di altra religione, donne e uomini non religiosi, cristiani che hanno abbandonato la fede, alla Chiesa si impone di reimparare a proporre a chi non conosce Gesù, o non crede alla sua risurrezione, la fede in lui. Non è più pensabile, inoltre, che questo sia compito dei ministri ordinati invece che di ogni cristiano. 

Godere della grazia della fede rende ogni credente debitore della ricchezza di cui gode a chi non gode nella vita della consolazione e della gioia che viene dalla speranza di un futuro sul quale solo la fede apre l’anima. 



 
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