Alessandro D’Avenia «Il bottone»
18 maggio 2026
Se tu potessi, soltanto attraverso un desiderio, uccidere un uomo in Cina ed ereditare la sua fortuna in Europa, con la certezza che non se ne saprebbe mai nulla, daresti seguito a questo desiderio?».Così scriveva nel 1802 François-René de Chateaubriand nel «Genio del cristianesimo» chiedendosi se la capacità umana di discernere il bene e il male, la coscienza, sia innata e universale, o una serie di convenzioni e paure. Nel 1880 lo scrittore portoghese Eça de Queirós. ispirato da quel passo, scrisse «Il Mandarino», un racconto in cui a un semplice impiegato di nome Teodoro compare una misteriosa figura che gli promette immense ricchezze se deciderà di azionare un campanello: erediterà l'immenso patrimonio di un vecchio e malato cinese che morirà all'istante. Il protagonista, desideroso di cambiare la sua modesta vita, aziona il campanello, diventa ricchissimo ma non ha più pace: il pensiero del morto, anche se non sa chi sia, comincia a perseguitarlo. La coscienza rimorde. Se vogliamo sapere come finisce il racconto è perché abbiamo una coscienza: ci sarà giustizia? Leggiamo i gialli perché vogliamo giustizia, come mostra l'interesse per i pervasivi casi di cronaca che, sotto il “torbido” superficiale strato di curiosità da serie tv a basso costo, celano il nostro desiderio profondo di “pura” verità, perché non c'è giustizia senza verità.
Ci ricordiamo di avere la coscienza quando (ri-)morde, perché il male fatto brucia fino a che non lo ripariamo. Infatti nel racconto di Queirós il protagonista per trovare pace si mette in viaggio verso la Cina per cercare i parenti del morto, chiedere perdono e restituire ciò che può. Confessare è il primo passo per la pace, senza «la presa» (metafora perfetta) di coscienza che sono io responsabile del male fatto non ci può essere pace, infatti anche se proviamo ad auto-ingannarci e auto-giustificarci, il male continua a (ri-)mordere. Il secondo passo è riparare, perché il male non fa male solo a noi ma a tutto il creato a cui siamo inestricabilmente connessi (l'entaglement quantistico riguarda la fisica quanto l'etica). Confessare è appropriarsi del male (pentimento) e poi ripararlo (pena). Il senso di colpa smette di mordere solo quando diventa senso di responsabilità: se confesso un furto devo poi restituire il maltolto. Il male frammenta la psiche, apre un tribunale interiore in cui siamo contemporaneamente accusato, avvocato, accusa e giudice. Lo sapeva Dostoevskij che diede al protagonista di Delitto e castigo il nome Raskol'nikov, che significa «tagliato», «diviso», «separato», in sé e dal mondo, proprio perché, sebbene ideologicamente convinto che uccidere una vecchia usuraia e appropriarsi del suo denaro sia giusto, poi però non ha pace, e precipita in una progressiva dis-integrazione.
Il peggior castigo di un delitto è averlo commesso. A volte cerchiamo chissà dove i motivi della nostra infelicità e di quella che procuriamo agli altri, e sono nella mancata presa di coscienza del male fatto, perché ogni male non riconosciuto e non riparato divide la psiche: per non sentirla confiniamo la parte di noi che sa di aver fatto il male in un angolo, da dove non smette di (ri-)mordere. Confessare e riparare re-integrano la parte separata o segregata. Si crede di poter sopportare questa frattura, ma una frattura non curata prima o poi va in cancrena, e a marcire qui è la psiche. Tanti disturbi psichici sono fratture morali mai curate. Chi confessa invece si appropria del male commesso, lo fa suo, e sente poi il bisogno di porre riparo (la fase riparativa è quella spesso carente nel nostro sistema penale). Il sacramento della confessione (o meglio «riconciliazione» perché in «confessione» manca un pezzo del processo), oggi spesso sostituita dalla psicanalisi, protegge la psiche dalla disintegrazione: non sono il male che ho fatto, ma ho fatto del male, e il male per guarire non richiede alibi ma serietà e riparazione, in e fuori di me.
Dal male guarisco se lo faccio mio, lo affronto come male e lo riparo (anche il sacramento cattolico non è valido se non c'è pentimento e riparazione). Nel 1970 lo scrittore di fantascienza americano Richard Matheson (suo «Duel», da cui il film d'esordio di Spielberg, suo il romanzo «Io sono leggenda» da cui il film con Will Smith) pubblicò «Button, button», in cui riprendeva Chateaubriand e Queirós: una coppia newyorchese trova davanti alla porta una scatola di legno con un pulsante. Norma e Arthur pensano a una trovata pubblicitaria ma poco dopo bussa il rappresentante di una misteriosa organizzazione che darà loro cinquantamila dollari se premeranno il pulsante, però questo causerà la morte di uno sconosciuto. Matheson dice di essersi ispirato a una lezione di psicologia in cui era stato chiesto: «Se servisse a contribuire realmente alla pace nel mondo, sareste disposti a camminare nudi per le strade di New York?». È la domanda di Chateaubriand girata in positivo, ma lo scrittore di fantascienza torna al quesito iniziale, alzando la posta. Infatti Norma, quando il marito esce per andare al lavoro, preme il bottone. Poco dopo però riceve la notizia che Arthur è stato investito e le spetta l'indennizzo dell'assicurazione sulla vita del marito: cinquantamila dollari. La donna disperata telefona all'uomo della scatola: «“Aveva detto che non sarebbe morto qualcuno che conoscevo!”. “Mia cara signora - rispose lui - pensava davvero di conoscere suo marito?”». Il morto non è in Cina, ma accanto a me, sono io.
Quante volte schiacciamo il bottone perché ci fa comodo e non vediamo le conseguenze del male, ma è un'illusione, il male colpisce sempre, vicinissimo, innanzitutto noi, e quindi le nostre relazioni, perché chi è «diviso» dentro, «divide» anche fuori: quanta rabbia, invidia, bugie, offese dipendono dal male che (ri-)morde dentro e che scagliamo sugli altri pur di non vederlo in noi.
L'inferno, sulla Terra, è questo. E i guai peggiori vengono da persone divise dentro che ricoprono cariche di responsabilità politica, sociale, economica... Oggi la tecnologia permette di cliccare continuamente “bottoni” sugli schermi, senza percepirne le conseguenze funeste (penso per esempio alla dipendenza da gioco che sta diventando una piaga anche tra i minori). Vedo ragazzi compiere gesti di cui non sentono la minima rilevanza morale, perché le conseguenze sembrano non esserci, come in un videogioco.
La loro coscienza è «addormentata», ma la realtà prima o poi presenta il conto, come ai cinque minorenni in carcere per aver accoltellato senza motivo e reso paralitico il ventiduenne Davide Simone Cavallo, che ha scritto una lettera sorprendente (consiglio di leggerla ai ragazzi) in cui dice: «Le cose vanno così a causa di cinque ragazzini arrabbiati col mondo. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero... La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi». La loro coscienza si risveglierà? La coscienza, se non l'avveleniamo, è un cane fedele che custodisce la vita perché la vita senza verità marcisce. La coscienza è la verità in noi, prima di noi, proprio come la vita è in noi, prima di noi. E senza verità non c'è giustizia, senza giustizia non c'è pace, anche se lungo è il cammino per raggiungerla come accade a Raskol'nikov in Delitto e castigo: «Qui comincia una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento d’un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo in un altro, della conoscenza di una nuova, finora assolutamente ignota realtà». Il male, se lo confessiamo, ci salva.
.jpeg)