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Luciano Manicardi "L’autorità dell’esperienza"


Uno dei tratti peculiari del papato di Francesco e che più è rimasto impresso nella memoria delle persone, è certamente la modalità con cui egli ha esercitato l’autorità. In Francesco l’autorità non si è fondata tanto sulla “posizione” ricoperta, non si è esibita in titoli magniloquenti, non si è affermata con posture ieratiche, non si è imposta per lo sfarzo delle vesti e dei paramenti, non si è mostrata con linguaggio teologico raffinato e con esibizione di conoscenza, anzi, si è nutrita di semplicità umana, si è iscritta nel registro “popolare”, e si è espressa in modo testimoniale e narrativo. 
Con papa Francesco la modalità narrativa è uscita dagli spazi esegetici e teologici (per lo meno di quegli esegeti e di quei teologi attenti a questa dimensione) ed è diventata prassi, quotidianità di gesti e di parole, ha informato la stessa comunicazione magisteriale al livello più alto nella Chiesa cattolica, suscitando le reazioni sdegnate di chi ha lamentato la carente o scadente teologia di papa Francesco
Giustamente Pierangelo Sequeri ha detto di Francesco che “è un papa che parla in parabole”: egli ha comunicato con un moderno linguaggio parabolico in cui le storie della più ordinaria quotidianità, le osservazioni tratte dalla vita delle persone, le immagini forgiate dal vissuto, i ricordi autobiografici, hanno saputo narrare l’agire misericordioso di Dio. Esattamente come nelle parabole evangeliche, il “materiale ordinario” offerto dalla vita quotidiana è diventato, nella rivisitazione interiore e nella verbalizzazione che ne ha fatto papa Francesco, narrazione simbolica che unisce l’alto e il basso, scorge e indica l’Altro e l’Oltre nel qui e ora. 
Ha scritto GianfrancoRavasi a proposito della trattazione sull’omelia che papa Francesco ha inserito in EG 135-159: “Gesù non veleggia mai sopra la testa dei suoi ascoltatori, ma li cattura quasi partendo dal basso, dai piedi, proprio come deve accadere per il simbolo che è radicato nel concreto ma che trasfigura il contingente svelandone le potenzialità di rappresentazione del trascendente”. 
L’autorità di cui Francesco è stato portatore e che è stata percepita da credenti e da non-credenti, si fondava sull’esperienza. Era dunque percepita come autorevolezza personale ancor prima che come autorità derivante dal ruolo rivestito. E se l’autorevolezza consiste, tra l’altro, nell’essere in ciò che si dice al punto che dire è darsi, papa Francesco ha realizzato questa parola testimoniale, questa parola che è testimonianza. Si tratta di una parola aderente al reale, alla realtà del locutore, di papa Francesco, ma anche delle persone a cui si rivolgeva e che sapeva raggiungere e coinvolgere. 
Riflettendo sullo stile omiletico di papa Francesco, Antonio Spadaro ha scritto: “Il linguaggio delle omelie da Santa Marta è molto semplice, immediato, comprensibile da chiunque. Questa abilità viene a Francesco dalla sua vita a costante contatto con la gente”. Tanto la formazione gesuitica e la pedagogia di sant’Ignazio, che sempre muove dal contesto e dall’esperienza, quanto la sua personale esperienza pastorale lo hanno condotto ad accordare un ruolo centrale all’esperienza fino ad affermare che “la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza”, essendo evidente per lui che “la realtà è superiore all’idea” (EG 233). 
Ancora Spadaro annota: “Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza”.

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