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Famiglia nel bosco, l’intervista a Paolo Crepet: «Prima di giudicare dovremmo chiederci se noi siamo meglio»

22 Novembre 2025 

Lo psicologo e saggista sottolinea quanto la scuola sia un passaggio fondamentale per la crescita emotiva: «Affidamento sospeso? Eccessivo, ma serve un compromesso. Non si può rimanere vent’anni in casa»​.

PESCARA. «Sarebbe bello se il 90% dell’attenzione rivolta alla famiglia che abita nel bosco di Palmoli la dedicassimo anche a chi vive in condizioni diverse, ma non per questo migliori». Paolo Crepet non usa guanti di seta: arriva dritto al punto. Fino a giovedì pomeriggio tra gli alberi di Palmoli, nel Vastese, tre bambini hanno vissuto quella che – agli occhi del mondo esterno – sembrava una fiaba fuori dalle regole quando, all’improvviso, lo Stato ha bussato: affidamento sospeso, sirene nel bosco, la madre li segue, ma resta dietro a un muro. Il padre, invece, rimane inchiodato in una casa che adesso sembra un abisso. Tutti a giudicare, tutti convinti di sapere. Ma ci pensa il noto sociologo, psichiatra, saggista e opinionista – in questa esclusiva intervista al Centro – a tirare il freno a mano della coscienza popolare: «Ma quale bene? Salvati da chi? E, soprattutto, da che cosa?». 

Crepet, come valuta la scelta di sospendere l’affidamento e allontanare i tre bambini dal bosco in Abruzzo? 
«Spero che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila abbia preso la decisione giusta, ma questa volta ho forti dubbi. Ricordiamo che, per un bambino, essere separati dai genitori è un trauma enorme, un taglio che rischia di lasciare una cicatrice per tutta la vita. E allora fatemi capire: i genitori che stanno sui social tutto il giorno a farsi i fatti loro – e non parlano mai con i figli – vanno bene, mentre chi vive libero nei boschi no? Non è una questione di bosco o città, ma una questione di equilibrio». 

E quindi? 
«Bisogna arrivare a un compromesso, perché la scuola è obbligatoria e questo lo devono capire i due genitori: non si può pensare che la vita sia rimanere vent’anni dentro casa, per quanto sia bella la natura intorno». 

Peccato, la Costituzione prevede anche l’istruzione parentale. 
«È vero, ed è giusto difendere questo diritto. Ma può funzionare solo durante l’infanzia: arriverà quel momento in cui i figli dovranno fare i conti con la realtà. E che facciamo? Il diploma glielo dà la zia? Ci sono competenze che non si possono improvvisare. La scuola richiede cinque ore, le restanti diciannove possono fare quello che vogliono». 

Questi genitori, però, dicono di proteggere i figli da un sistema scolastico tossico. 
«Abbiamo un sistema che va a rotoli, lo sappiamo, ed è per questo che la famiglia di Palmoli divide così tanto l’opinione pubblica: questi genitori dicono cose giuste e note a tutti. Le critiche, dunque, non sono folli, ma presto o tardi i bambini cresceranno e vorranno conoscere altri coetanei, che vivono uno stile di vita diverso dal loro. E i genitori non potranno ribellarsi perché, in caso contrario, si passerà dalla libertà al regime». 

E quale sarebbe il rischio di imporre ai bambini un modello troppo rigido? 
«Ogni volta che abbiamo imposto un modello ai nostri figli abbiamo già sbagliato. A volte dicono cose giuste, altre volte no. Dire: “In città si vive male”, è una semplificazione. Così come dire che nel bosco si risolve tutto. Non è così». 

Ma crescere in un contesto sociale così limitato, può comportare delle difficoltà nella gestione delle future relazioni sociali? 
«Stia tranquilla, la socialità comprende anche prendersi cura di un gatto o di un cane. Anche gli animali vanno sfamati in modo adeguato». 

Ed è sufficiente? 
«I bambini apprendono molto quando sono a contatto con la natura e, poi, anche prendersi cura degli animali è una forma di responsabilità». 

Poco fa ha detto che la scuola è necessaria. Adesso cambia idea? 
«Non ho cambiato idea, ho detto una cosa ovvia: il problema non è il bosco né la città. Ma il fatto che la scuola è indispensabile per crescere. Ciò non significa, al tempo stesso, che i bambini abbiano gravi deficit perché lontani dai coetanei. Non è automatico». 

Non si sbilancia molto. Strano, ha sempre criticato i genitori protettivi. «Smettiamola di ragionare così, non sono qui per dire chi ha ragione o torto. Questo è un caso interessante perché è possibile ragionarci sopra». 

Forse a questa domanda risponde: è protezione o controllo? 
«È ancora presto per dirlo: i figli sono piccoli, non possiamo sapere come andrà. Nel mentre, però, c’è una cosa che deve essere chiarita: basta fare la parte dei paladini della giustizia. Quelli che criticano i genitori hanno figli che stanno molto peggio, pur vivendo in mezzo a tutti». 

E allora, chi sbaglia in questa storia? 
«Bella domanda, lasci dire. E io gliela ribalto: noi, esattamente, cosa facciamo di meglio?».


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