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Paolo Crepet «Oggi la libertà è messa sotto scacco dalle tecnologie digitali»

«Viviamo in un mondo meno libero, serviamo più coraggio».

Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, da anni ci provoca e ci stimola a riflettere con lucidità critica sul nostro tempo. Nel suo nuovo saggio, Il reato di pensare (Mondadori), che presenta a Pordenonelegge, nel Teatro Verdi di Pordenone, insieme al vicedirettore del Messaggero Veneto, Paolo Mosanghini, invita a difendere la libertà più autentica: quella di un pensiero libero e coraggioso, capace di resistere all'omologazione. 

Perché pensare, oggi, diventa un atto rivoluzionario, soprattutto se significa resistere alla tentazione di delegare il nostro giudizio ad algoritmi o conformismi. 

Nel suo nuovo saggio parla del “reato di pensare”: cosa significa, oggi, avere il coraggio di un pensiero libero? 
«Intanto significa avere un pensiero: non è affatto scontato. Si può essere liberi senza averne, ma oggi pensare è necessario e difficilissimo. Occorre informarsi, distinguere fra notizie vere, verosimili o false. Serve coraggio, perché viviamo in un mondo che a me sembra meno libero di trent'anni fa. 
Non che allora ci fossero grandi democrazie, ma oggi sento un peso diverso: è difficile parlare senza cercare audience o consenso. Il pensiero libero, che va oltre il consenso, è merce rara in un mondo dominato da tecnologie valutative. Nel libro ho anche voluto scrivere parole nette sul dolore del nostro tempo: mi indigna vedere bambini deportati, affamati, uccisi, in un esodo biblico: solo il termine dovrebbe far rabbrividire chiunque, al di là di ideologie o religioni. Se non c'è indignazione, non c'è libertà». 

Viviamo in una società che proclama la libertà ma sembra alimentare conformismo e autocensura. Da dove nasce questa contraddizione? 
«Oggi la libertà è messa sotto scacco non solo da dittatori e regimi, ma dalle tecnologie digitali che modellano i nostri comportamenti. 
L'intelligenza artificiale non chiede permesso: entra e cambia anche il nostro modo di pensare. Su questo mi aspetto dai giovani una ribellione, qualcuno che dice: “Io voglio pensare con la mia testa, non con un algoritmo”». 

Nel libro si parla della “seduzione” di una tranquillità che spegne creatività e originalità. Come resistere a questa deriva? 
«Tutto porta all'educazione. Se in Russia esistono oltre duecento campi di rieducazione per bambini ucraini rapiti, significa che lo pensano anche i dittatori…Montessori diceva: “Educare è libertà, oppure non è”. Cent'anni fa il nemico era l'autoritarismo pedagogico e lei ha dovuto rovesciare questo e trovare un'idea di educazione autorevole e non autoritaria. Oggi è diverso: non c'è più un avversario concreto, ma un algoritmo. E ha una forza micidiale. Non è pessimismo da vecchi: Geoffrey Hinton, padre dell'IA, ha detto di sentirsi come Oppenheimer nel '44. Se lo dice lui, ascoltarlo». 

In una recente intervista ha definito “allucinante” il vuoto che divora i giovani. Che vuoto è? 
«Ogni giorno leggiamo di ragazzi che si accoltellano, si picchiano, si bullizzano. Un'adultizzazione precoce e inquietante. Ci sono bambini di otto anni fuori di notte, ragazzine di dodici con addosso centinaia di euro. Non è marginalità sociale: è un vuoto spaventoso. Una frustrazione senza futuro, perché noi gliel'abbiamo tolto. L'ho scritto anni fa: il “disagio dell'agio”. Una profezia che si è avverata». 

È un mondo senza speranza? 
«La storia ci insegna che l'umanità è uscita da tragedie enormi. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo ricostruito bellezza e progresso. Ma dovremo aspettare un'altra catastrofe per riscoprirci? Ci vuole un nuovo Rinascimento, fatto dagli individui, uomini e donne che agiscano oltre gli interessi distopici degli Stati, con responsabilità personale e cercando la verità».



a cura di Cristina Savi


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