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Vito Mancuso “La ribellione di Gesù”



intervista a Vito Mancuso
a cura di Sergio Rizza
venerdì 17 gennaio 2025

Il teologo Mancuso al Donizetti per le Lezioni di Storia: «L’ora di religione dovrebbe essere obbligatoria, ma laica».


Teologo, filosofo, docente universitario, Vito Mancuso terrà al Donizetti, la conferenza intitolata «Gesù: la rottura della legge». Sarà l’inizio del nuovo ciclo, dedicato ai «Ribelli», delle Lezioni di Storia. Professor Mancuso, lei parlerà di un Gesù di rottura. Ma anche di obbedienza. A cosa? Alla coscienza? «C’è una ribellione da parte di Gesù: politica, che ha portato alla sua morte in croce; e religiosa, che ha portato alla nascita di una religione completamente diversa dall’ebraismo, il cristianesimo. Quanto all’obbedienza, vale per Gesù ciò che vale per ogni essere umano. Si può essere ribelli per iconoclastia, o si può essere ribelli verso le ingiustizie, perché si obbedisce a un’esigenza profonda. E se anche Gesù, come io immagino, riteneva di obbedire a Dio, era sempre attraverso la coscienza che sentiva la percezione di questo comando». Lei distingue il Gesù profeta apocalittico dal Cristo (unto, Messia) di San Paolo, più «astratto». «È la questione decisiva. Una cosa è Gesù, una cosa del tutto diversa è Cristo. Un conto è Gesù con la sua spiritualità, che io chiamo gesuanesimo; un altro conto è il Cristo concepito da Paolo, la cui spiritualità si chiama cristianesimo. Noi conosciamo molto di più il secondo del primo» … Lei si riferisce non al Gesù amorevole, ma al profeta che avvisa della venuta imminente del Regno dei cieli, dando ai peccatori l’ultima possibilità di convertirsi. «Sì, anche se questa possibilità è piena di amorevolezza. Il Gesù terreno era stato discepolo di Giovanni il Battista ed era esattamente nella linea della profezia ebraica. Non taceva per nessun motivo la dimensione di castigo che avrebbe avuto la venuta del Regno dei cieli: la Geena, il pianto, il fuoco, lo stridore dei denti. Però, a differenza di Giovanni e dei profeti, interpretò tutta la sua esistenza come una corsa a chiamare le persone che lui più di altre pensava sarebbero state sottoposte al giudizio negativamente, i peccatori, i pubblicani, le prostitute». Lei si definisce post-cristiano, non crede nel potere redentore della morte di Cristo, ma, piuttosto, nell’interiorizzazione del suo richiamo alla giustizia. Ne parlerà? «All’inizio, sì. Dirò che mi sento più gesuano che cristiano, mi sento vicino al Gesù terreno, per come è possibile ricostruire la sua idea utopica (l’imminente venuta del Regno dei cieli, ndr), infuocata e poi rivelatasi falsa, ma falsa a livello storico, non filosofico. Il senso del cristianesimo è credere nella morte redentrice di Gesù Cristo. Ma io non credo che la salvezza di un essere umano possa dipendere dalla morte in croce di Gesù. Io questo lo rifiuto e quindi mi definisco post-cristiano. Naturalmente non sarei quello che sono senza tutte le intenzioni di cristianesimo che ho avuto fin da bambino. Non rinuncio a questa dimensione. Però l’ho superata». La storica Paola Vismara diceva che il cristianesimo non è occidentale, ma universale. Vale anche per Gesù? «Il Gesù terreno fu tutt’altro che universale. Fu radicalmente ebraico. Quando manda i discepoli in missione, raccomanda loro: non andate se non alle pecore perdute della casa di Israele, non entrate neanche nei villaggi dei Samaritani. L’universalità nel cristianesimo la inserisce Paolo. È lui che dice: non c’è più né giudeo né cristiano, né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero. Da lì arriva il Gesù Cristo, crocifisso, immolato per la nostra redenzione di cui parla la liturgia». Il ministro Valditara introdurrà lo studio della Bibbia alle elementari. Che effetto le fa? «Come teologo, la prima impressione è positiva. La Bibbia è il codice per comprendere la nostra cultura. Sono perplesso, però: a chi spetta insegnare la Bibbia, al professore di italiano, di storia? Lo studio dovrebbe essere oggetto dell’ora di religione. Ma di un’ora di religione obbligatoria, totalmente laica. La chiesa dovrebbe uscire completamente dalla scuola».


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