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Sorelle di Bose "La domanda sempre aperta"

Marco 4, 35-41

«Passiamo all’altra riva», dice Gesù ai suoi discepoli. Ecco però che, mentre scendeva la sera, «si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena» (4, 37). E che cosa fa Gesù, il Maestro? Dorme. Anzi, dormiva «sul cuscino» sottolinea l’evangelista non senza ironia.

Siamo di fronte a marcati contrasti: lo scatenarsi violento delle forze della natura si oppone con enfasi al riposo di Gesù (forse talmente stanco da non venire svegliato dalla burrasca?), la tempesta «grande» alla «grande bonaccia», la parola salvifica del Maestro alla paura «grande» dei discepoli: «Non t’importa che siamo perduti?» (4, 38). Sono disperati, si sentono abbandonati di fronte alla morte, e se siamo onesti con noi stessi sappiamo che ogni paura in radice è sempre paura della morte. Si erano fidati di Gesù, lo avevano seguito mentre insegnava alla folla che «il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa» (Marco 4, 26-27).

Gesù e i suoi stanno affrontando insieme il buio della sera solcando il mare: stanno passando dall’ascolto dell’insegnamento in parabole (cfr. Marco 4, 1-34, sempre spiegate ai discepoli che chiedono di comprendere) alla conoscenza della forza che libera dalle insidie del male: subito dopo il nostro brano si legge infatti dell’uomo posseduto da uno spirito impuro che nessuno riusciva a tenere legato neanche con catene, uomo che va incontro a Gesù e viene liberato (cfr. Marco 5, 1-20).

Gesù mette a tacere mare e vento con la stessa potenza con cui scaccia i demoni. La sua parola opera, produce liberazione, crea salvezza, ridona vita. È parola efficace, affidabile. In Gesù si riconosce l’autorità di Dio. «Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia» (4, 39). E questo non può non suscitare «grande timore», e dischiudere interrogativi.

«Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”» (4, 40). I discepoli sono sempre riconosciuti come persone dalla fede fragile, eppure stando con il Maestro hanno modo di non restare bloccati nella loro mancanza, di non fermarsi alla loro piccolezza, di ricominciare.

Gesù, come di consueto, rilancia la domanda ai suoi, e a noi con loro, quasi a dire: interrogate la vostra paura, date un nome alle vostre paure; e cercate di approfondire, affinare e radicare la vostra fede, il vostro affidamento, la vostra fiducia, chiedendovi in chi è riposta. Paura e fede. Perché paura e fede abitano il nostro vivere, e il modo in cui cerchiamo di viverle svela la fibra della nostra umanità. Per intravedere la fede nella resurrezione, non possiamo non attraversare morte, paura, stupore e spavento, come le donne al sepolcro (cfr. Marco 16, 1-8).

Gesù rimanda sempre alla nostra fede-fiducia, alla nostra capacità di credere, la suscita, perché in ciascuno dimora qualche seme di fiducia, forse la speranza di potersi affidare, anche al di là della nostra consapevolezza. Alla donna «impaurita e tremante» dice poco dopo «figlia, la tua fede ti ha salvata» e al padre che lo supplicava «non temere, soltanto abbi fede!» (Marco 5, 34 e 36).

Il nostro racconto si conclude lasciando aperta una domanda. I discepoli «furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”» (4, 41). È la questione dell’identità di Gesù, che ci accompagna per tutto il vangelo, che pervade la nostra vita di credenti, nel nostro non avere ancora, e ancora, fede.

Ricordiamoci allora che nelle nostre sere, attraversando il buio delle nostre giornate, possiamo cercare e conoscere la buona notizia, il vangelo che è Gesù, e con lui riconoscere chi siamo noi, chi siamo chiamati a essere, e chi abbiamo accanto, attraversando le nostre paure e rinsaldando la nostra fede, corroborando la nostra disponibilità a fidarci e a divenire persone affidabili.


a cura delle sorelle di Bose

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