Vito Mancuso "Il tapis roulant della vita"
«Mentre intorno a noi tutto scorre imperterrito, ci chiediamo quale sia il nostro posto. La fiducia nel futuro è un sintomo primordiale dell’essere umano, il vero cammino è interiore».
Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …
Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.
Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta.
Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?
Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via).
Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia.
