Massimo Cacciari "Se la civiltà corre verso la catastrofe"
In un’epoca di sgomento e paura la tecnologia sconvolge le nostre forme di vita e il Diritto è in crisi profonda. Si profila una lotta finale che ci avvicina all’apocalisse.
11 maggio 2026
Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere
un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l'Ordine, la Legge si
riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti "locali" di situazione e così resistere e
durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli
aspetti della vita, da rendere patetico ogni "riformismo" e da costringere a pensare a nuovi Ordini
globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa
letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l'apocalisse, poiché nell'idea di apocalisse vi è il
Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la
tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo
sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno.
Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le
nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell'Homo technicus. Essa pone
l'uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e
trasformazione. Così un'altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare
istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un'analoga metamorfosi sta
terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo
Dopoguerra non reggono evidentemente più. All'affermazione della realtà imperiale cinese occorre
aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la
possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni
giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un
accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo,
oppure, se la follia ci guida a perseguire l'obbiettivo di uno Stato mondiale, l'attuale catastrofe
produrrà l'Apocalisse.
E, infine, altro segno dell'epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. Nei
conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient'altro che il
"nome" dell'atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto
esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata "tiepidamente". Non solo non deve
cercare di impedire, ma neanche essere d'intralcio all'attuazione del mio progetto. Una Giustizia
patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere.
Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo?
quello che pretendevamo anche di esportare?
Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c'è odore di
apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza
simbolica.
Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma?
Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla
"maschera" di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario
globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in
conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad
assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a
contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell'innovazione, ma
certo si denuncia il fatto che l'imperativo dell'indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le
disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale.
Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica
caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste
rappresentano limitazioni di quella libertà dell'individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile
tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per
promuoverne l'energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l'ira Dei
possa distruggerla. L'Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e
distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando
sull'Intelligenza che dello sviluppo è l'anima, governarne lo spirito attraverso la sua "lettera",
dell'Anticristo è l'immagine.
Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell'escatologia
cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non
denunciare il rovesciamento totale che della figura dell'Anticristo viene fatto da chi ora se ne
proclama l'autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà,
assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall'interno.
Si profila davvero una lotta sulle "cose ultime", come avvenne con un altro Papa allo scoppio della
prima Guerra mondiale che decise del suicidio d'Europa. La libertà cristiana escatologicamente
intesa è quella che obbedisce al "comandamento nuovo", all'unico comandamento, quello di amore.
È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua
strada. È quella di chi sa perdonare.
Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo "comandamento", e
lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che
così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e
richiedono questa decisione. La libertà che come limite non ha che il proprio potere. E quella libertà
che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell'altro e ne ha cura, e
con lui vuole pace.
