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Luciano Manicardi “Stare accanto”

26 Maggio 2025

Visitare una persona malata significa farle spazio. Significa porsi in una posizione che sa coniugare impotenza e non-inutilità. Impotenza di fronte al suo soffrire, non-inutilità nel restare accanto donando tempo e presenza, ascolto e parola.

Chiedendo di offrire segni di speranza agli ammalati e alle persone con disabilità, papa Francesco auspica che «le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono» (Spes non confundit 11). Il testo echeggia le parole di Agostino: «Io non so come accada che, quando un membro soffre, il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l’alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri» (Epist. 99,2). 

Ora, la malattia è esperienza di stranierità: il malato è come un emigrato in un Paese straniero di cui non conosce lingua, usi e costumi. Per questo opponiamo resistenze a farci vicini a un malato: ci rende a nostra volta stranieri. La debolezza del malato fa emergere la paura di essere «contagiati» dalla sua sofferenza. Sicché la visita a un malato può divenire il penoso teatro in cui vanno in scena imbarazzo e ipocrisia, reticenza e falsità, doppiezza e condiscendenza, banalità e congiura del silenzio: non a caso nell’Antico Testamento, che pure esorta a visitare il malato («Non esitare nel visitare gli ammalati», Sir 7,35), manca la testimonianza in favore della buona riuscita del rapporto dei visitatori con il malato. Il libro di Giobbe è la storia di amici che diventano nemici mentre visitano un malato

Gli amici di Giobbe sbagliano, non solo perché fanno del capezzale del malato il luogo di una catechesi, ma soprattutto perché vanno presumendo di «sapere» ciò di cui il malato ha bisogno meglio del malato stesso e ritenendo di poterlo consolare adeguatamente. Presentandosi come salvatori essi innescano un circolo vizioso in cui colpevolizzano il malato, ne fanno una vittima divenendo i suoi persecutori, e diventano a loro volta i bersagli delle sue accuse. Visitatori e malato entrano in un complesso rapporto in cui rivestono entrambi, di volta in volta, le vesti del persecutore e della vittima, e questo a partire dalla pretesa dei visitatori di essere dei salvatori. Si verifica il triangolo drammatico teorizzato dallo psicologo Stephen Karpman. La visita diviene un inferno. Non bastano le buone intenzioni: chi visita un malato deve entrare nell’ottica di non aver potere sul malato, attenersi al quadro relazionale che egli presenta, convertire la propria posizione di potere in una posizione di servizio. Più che l’intento di fare del bene è importante la consapevolezza del perché si vuol visitare un malato. 

Gesù, poi, si identifica con il malato, non con il visitatore: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Il malato è «sacramento di Cristo», sicché il visitatore deve entrare in quella povertà grazie a cui può avvenire l’incontro durante il quale il malato stesso, nella sua debolezza, condurrà il visitatore alla somiglianza con il Cristo che «da ricco si fece povero» (2Cor 8,9). E il malato chiede essenzialmente di essere ascoltato e accettato, anche se ciò che fa o dice non dovesse incontrare l’approvazione del visitatore. Dice Giobbe: «Per il malato c’è la lealtà degli amici, anche se rinnega l’Onnipotente» (Gb 6,14). Zittire le parole sconvenienti del malato o censurare i suoi moti di rivolta, significa negargli la possibilità di mettere parola (per quanto alterata) su ciò che sta avvenendo nella sua vita. Invece, ascoltare è lasciar essere presente l’altro con ciò che sente ed esprime. Visitare il malato significa fargli spazio, non occupare o negare il suo spazio. Significa porsi in una posizione che sa congiungere impotenza e non-inutilità. Impotenza di fronte al soffrire del malato, non-inutilità nel restare accanto donando tempo e presenza, ascolto e parola, senza giudicare. 

La crisi in cui ci pone il malato diviene radicale di fronte alla persona con disabilità, soprattutto mentale. Quell’umano che abitavamo pacificamente diventa una domanda drammatica: che cos’è l’umano? Che cos’è vivere? Chi sono io? Chi e come potrei diventare? E prima di suscitare domande, l’incontro con la persona con disabilità suscita inquietudine e paura, turbamento e volontà di fuga. L’identità personale di chi è segnato da disabilità è praticamente sequestrata da quella disabilità che è come la sua seconda pelle, quella che si impone all’osservatore. È lo stigma, e noi, di fatto, crediamo che la persona con uno stigma sia meno umana o «non sia proprio umana» (Erving Goffman). Siamo di fronte al problema radicale che la disabilità pone: che cos’è un essere umano? Ed è così che, paradossalmente, la disabilità si rivela un’esperienza specifica capace di «illuminare la complessità dell’umano» (Julia Kristeva). Più precisamente: «Quando diciamo che l’esperienza ci aiuta a capire l’handicap, omettiamo la parte più importante, e cioè che l’handicap ci aiuta a capire noi stessi» (Giuseppe Pontiggia).

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