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Brunetto Salvarani: il “Libro dei libri”? Scrittura creatrice. Bibbia e letteratura, rapporto fecondo

Brunetto Salvarani
martedì 11 marzo 2025

C’è una circolarità fra materiali biblici e loro ripresa da parte degli scrittori che può fare, della letteratura, un luogo teologico privilegiato. Da Dante a Kafka, la fecondità del “Grande Codice”.

«Studio l’ebraico, leggo la Bibbia. Alcune pagine, alcune parole mi hanno rivelato qualcosa della loro verità e mi hanno istigato a darne notizia. Non ho adattato il testo a una interpretazione, ne sono stato invece piegato. La Bibbia è almeno una letteratura e il Dio di Israele è se non altro il più grande personaggio dei tempi». Questa riflessione dello scrittore Erri De Luca, impegnato da anni in un coraggioso scavo nel testo biblico di cui cerca di restituire il più fedelmente possibile il linguaggio originale, è perentoria quanto incontestabile.

Sì, le letterature occidentali hanno spesso attinto allo scaffale del Libro dei libri, attratte dalla forza delle storie e dei personaggi biblici e offrendone a loro volta una ricca serie di originali riletture. Un testo purtroppo scarsamente conosciuto alle nostre latitudini, per molti motivi, riemerge così grazie all’opera di scrittori e poeti, ingrediente essenziale dell’ispirazione di tanti di loro. La Divina Commedia, il Paradiso perduto di Milton, la lirica vena mistica di Juan de la Cruz e Teresa di Avila, I promessi sposiIl processo di Kafka, che riecheggia la drammatica parabola di Giobbe, stanno lì a dimostrarlo: e naturalmente non è che qualche esempio fra i maggiori, citato alla rinfusa. Se Claudel a buon diritto scrive della Bibbia come di un immenso vocabolario e T.S. Eliot di un giardino di simboli, immagini e storie, il critico Auerbach si spinge a distinguere nel sapere occidentale solo due stili fondamentali, quello della Bibbia e quello dell’Odissea: archetipi che hanno generato tutti i successivi.

«La Bibbia e Omero sono i due gran fonti dello scrivere… Non per altro se non perché essendo i più antichi, sono i più vicini alla natura, sola fonte del bello, del grande, della vita, della varietà», proclama nello Zibaldone Leopardi, che avrà in Qohelet e Giobbe i costanti punti di riferimento esistenziale e filosofico. E persino un autore poco incline a simpatie religiose come Nietzsche, in Aurora, giunge ad ammettere che «per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca. Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro o di Petrarca c’è la stessa differenza che tra la patria e la terra straniera».

Un’accelerazione del dibattito sugli intrecci fra Bibbia e letteratura si è registrata con l’uscita nel 1986 del volume del critico canadese Northrop Frye Il grande codice: una formula divenuta presto di uso comune. Il titolo riprende una felice considerazione del poeta visionario inglese William Blake, secondo cui «l’Antico e il Nuovo Testamento sono il grande codice dell’arte»: una sterminata unità testuale che ha dato forma, a livello di linguaggio, miti, metafore, schemi e tipologie, a tanta letteratura, attraversando secoli e movimenti culturali; un gigantesco laboratorio di creatività che ha favorito la persistente fecondità del mito biblico. Frye sostiene con molti esempi che il rapporto fra Bibbia e letteratura può intendersi in vari modi, analizzando la teoria estetico-letteraria che emerge dalla Scrittura, riflettendo sul fatto che essa si presenta a sua volta come prodotto letterario, o cogliendo il testo biblico come generatore di letteratura, da indagare nella storia dei suoi effetti di senso.

Alle analisi esegetiche, perciò, sarebbe fecondo abbinare gli esiti della Bibbia sulla tradizione teologica o spirituale a quelli su romanzi e poesie. Si tratta, è evidente, di un’impresa ciclopica: la lettura infinita è lo slogan caro al cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero vaticano per la Cultura e l’educazione. Va ricordato, poi, che i due termini, Bibbia e letteratura, non sono innocenti o neutri, ma complessi e intrinsecamente plurali: si pensi alle differenze nel canone fra le varie confessioni cristiane e con l’ebraismo, e alla letteratura in quanto sistema, nel suo statuto epistemologico costitutivo. La loro relazione è dunque ben più densa di quanto non appaia a prima vista, non esaurendosi nella trama dei rapporti fra deposito e prestito, matrice e copia. Il fare letteratura, infatti, evitando l’uso apologetico e moralistico della Scrittura e distanziandosi da un ipotetico senso oggettivo, rielabora e trasforma la narrazione biblica, ce la restituisce gravida di nuovi interrogativi e versioni, la plasma, la reinterpreta, la piega alle esigenze dell’attualità, riproponendola in nuove modalità.

La direzione, perciò, non è solo quella lineare che procede dalla Bibbia alla letteratura, ma quella che crea una circolarità tra i materiali biblici e le loro riprese letterarie, riportando il lettore al punto di partenza, nel cuore della Scrittura stessa. Fino a giustificare l’ipotesi che la letteratura possa rappresentare un luogo teologico privilegiato, auspicio formulato nel 1976 su Concilium da J.-P. Jossua e J.B. Metz: «Bisogna arrivare a chiedersi qual è il contributo che unicamente la letteratura può dare, cercare ciò che nessuna teologia concettuale saprebbe dire e che invece la letteratura esprime, a modo suo, con potenza».

 


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