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In questo tempo dei cambiamenti vorticosi serve una teologia "rapida"


La riflessione del gesuita Antonio Spadaro: «Impariamo a comprendere la posizione in corsa per disegnare le rotte. La Chiesa ha bisogno di uscire dai suoi porti sicuri e impari a vivere tra le onde».

I cambiamenti che sperimentiamo non sono «veloci». Sono «rapidi». La Chiesa non ha mai fatto molta attenzione alla velocità dei fenomeni. Ha invece posto l’accento sulla loro «rapidità». Fu Giovanni Paolo II a parlare del «rapido sviluppo delle tecnologie», ad esempio. Nell’aggettivo “rapido” si ritrova la radice del “rapire”, cioè afferrare, trascinar via. Il treno è veloce: fila indisturbato su un binario senza coinvolgere nient’altro. Le è propria l’Alta Velocità. «Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini», nota Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. “Rapidus” è invece non ciò che corre, ma ciò che rapisce, trascina, travolge. Ed è pure capace di coinvolgere atteggiamenti, stili di vita, comprensioni della realtà, della politica. L’invenzione della luce elettrica ha «rapito» il ritmo delle nostre giornate; i social network la nostra capacità di relazione; l’intelligenza artificiale il nostro modo di pensare.

Questo nostro rapido tempo presente richiede che lo si attraversi. Viene in mente l’invito di Gesù ai discepoli: «Passiamo all’altra riva», che – tra l’altro – è stato il motto di uno dei viaggi apostolici più delicati e difficili di Francesco, quello nella Repubblica Centrafricana. Passare all’altra riva «presuppone un passaggio che avviene nelle coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone», aveva affermato allora il Pontefice. Gesù, a sera, è davanti alla folla presso il lago di Tiberiade, uno specchio d’acqua esposto a improvvise tempeste di vento. Sta parlando da una barchetta che oscilla per le onde. Proprio in quel momento – forse il meno opportuno – invita al passaggio. È buio. Non sarà una traversata al chiaro di luna: il caos sopraggiunge sotto forma di acque tumultuose. D’improvviso «ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena». Il caos non turba Gesù. Anzi, se ne sta a poppa, sul cuscino a dormire. E doveva essere profondo questo sonno se non si sveglia neanche per le frustate delle onde e per l’acqua che aveva invaso la barca! Il caos non disturba il riposo. Il Signore è sempre padrone della situazione, anche quando «dorme». Ed è così che interviene come liberatore. Allora subito «il vento cessò e ci fu grande bonaccia». Gesù può, dunque, dire ai suoi discepoli: «“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”» (Mc 4,35-41).

Questa immagine ritrae bene l’appello di Gesù a passare all’altra riva, attraversando acque minacciose e rapide. La «rapida» è il tratto di un fiume il cui letto acquista pendenza in modo repentino, producendo un velocizzarsi del suo corso con onde e turbolenza. Non è una corrente tranquilla, e non è neanche una cascata. Queste sono le acque nelle quali navighiamo nel nostro passaggio. Nelle onde leggiamo le trasformazioni culturali e sociali che oggi si sono acuite, ma anche le nostre paure. La caratteristica del «cambio d’epoca» è che le cose non sembrano essere più al loro posto. Ciò che prima valeva a spiegare il mondo, le relazioni, il bene e il male, adesso sembra divenuto inservibile. Pare probabile che quanto ci pareva normale della famiglia, della Chiesa, della società e del mondo non tornerà più come prima. Francesco ha evocato in spagnolo la rapidación, che «imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità», portando a cambiare «continuamente i punti di riferimento». Non possiamo illuderci di vivere una situazione transitoria, dove bisogna aspettare che passi, e poi le cose torneranno a essere come sono sempre state. Né si può assumere l’atteggiamento dello struzzo e fare «come se» il mondo fosse diverso. Occorre il coraggio di vincere le paure, attraversare il mare e compiere la traversata insieme all’umanità di questo nostro tempo.

Facendo surf su queste rapide, oggi riscontriamo un grande cambiamento nel rapporto tra il cristiano e la cultura. La Chiesa ha perso la regìa della produzione culturale, che aveva le sue basi e le sue finalità in una visione teologica della vita. La nostra surfboard non sempre ci regge. Il modo di evangelizzare, entrando in culture complesse, ibride, dinamiche e mutevoli come quelle attuali, implica la maturità di comprendere che siamo attori, e magari a volte protagonisti, ma sempre insieme e accanto agli altri. Il nostro futuro non si costruisce più alla ricerca di «egemonie culturali».

In questa realtà di cambiamenti culturali emergono nuovi soggetti, con nuovi stili di vita, modi di pensare, di sentire, di percepire e di stabilire relazioni. In questa situazione culturale, la sfida più grande consiste nel dialogare empaticamente, anche alla ricerca di nuovi linguaggi per dire la fede. Scarsa riflessione critica e scarso discernimento possono condurre, invece, a un soggettivismo religioso fondamentalista o a un sincretismo superficiale. Siamo chiamati a leggere nella società questa inquietudine e valorizzarla perché tutti i sistemi che cercano di «acquietare» l’uomo sono perniciosi. Dobbiamo mantenere viva la capacità di sognare «nuove versioni del mondo» (papa Francesco). In questo consiste la nostra traversata nelle rapide del nostro tempo. Bisogna spingere i motori al massimo per superare il gorgo di Scilla e Cariddi.

Non dobbiamo essere vittime della paura davanti ai grandi cambiamenti della storia. Quelli che viviamo, del resto, sono molto rilevanti, ma non sono certo i primi della storia umana. Ad esempio, i cambiamenti bruschi di «intelligenza» li abbiamo già vissuti nella storia: pensiamo alla rivoluzione dell’illuminismo, al quale poi rispose il romanticismo. L’umanità produce questi cambiamenti e deve imparare a gestirli con saggezza.

Contemplare Cristo vivo nel nostro tempo libera il cristiano dalle tentazioni che pensano sia necessario riciclare il Vangelo trasformandolo o in una bottega di restauro, oppure in vari laboratori di utopie. Occorre avere il coraggio di lanciarci nel futuro, fiduciosi nel fatto che il Signore non è solamente un «faro» che se ne sta fermo ed emette luce a distanza, ma è proprio sulla nostra barca agitata dalle onde salvandoci col riposo della sua consolazione. Lui è il Signore delle maree. Il caos non disturba il suo riposo né gli fa perdere la sua padronanza della situazione.

La teologia, dunque, deve farsi carico di pensare le onde, oltre che le rive di approdo, di gettarsi nelle rapide e di pensare rapidamente, in corsa, senza lamentarsi di non avere il tempo per ragionare, pianificare. Abbiamo bisogno di un pensiero teologico rapido, di una «teologia rapida». E non basta più pretendere sempre una sosta per guardare le stelle per poi orientarsi: occorre imparare a comprenderne la posizione in corsa per disegnare le rotte. Rischiamo di mantenere una visione troppo «ontologica», teoretica, statica della contemplazione. Corriamo il pericolo di credere ancora in Mercurio (e la sua destrezza) ben separato da Saturno (e la sua contemplazione solitaria). Questo politeismo non ci serve.

Occorre pure comprendere la direzione dei venti e prevedere le burrasche possibili. È questo, del resto, il significato originario di «cibernetica» (etimologicamente l’arte del pilota) che è l’essere in actione contemplativus, come già proponeva la devotio moderna nel XIV-XV secolo e poi la spiritualità ignaziana. Ma lo ha pure ben notato il gesuita padre Claude Larre nel suo splendido (e dimenticato) commento spirituale all’antico Tao Te King: l’approccio contemplativo di Lao Tzu intende il vivere come un’arte che si sposa al contesto e al fluire della realtà. La memoria ecclesiale deve unirsi all’istinto per tramutarlo in «intuito», che è la capacità di avvertire, discernere e valutare con rapidità una situazione nel suo divenire.

La Chiesa – tanto più grazie alla sua sempre più radicale sinodalità – oggi ha bisogno di abitare non solamente porti sicuri, dove pure condurre la gente come si fa nei terremoti. Deve prendere casa anche in luoghi esposti alle rapide, ai venti, e pure alle burrasche che agitano il mondo. È in questi luoghi mossi e ventosi che soffia lo Spirito.


Fonte: Avvenire


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