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Gianfranco Ravasi: Il “laico” e il Cardinale

Questa riflessione è stata scritta dal Card. Gianfranco Ravasi qualche tempo fa, a seguito del suo incontro con Oliviero Toscani. (Il Cortile dei Gentili)

Condivido con Oliviero Toscani la stessa terra d’origine, la Lombardia milanese, e l’anno di nascita, il 1942. Come è accaduto a tutti, muovendomi per le vie delle città, ho avuto spesso negli occhi le sue imponenti, irrevocabili e non di rado provocatorie immagini, segnate dal logo suggestivo e simbolico United Colors. Non ho mai pensato di incontrarlo, né ritenevo che a lui interessasse incontrarmi. Come spesso succede nelle prevenzioni e nei giudizi a distanza, supponevo che il contatto tra due fisionomie apparentemente così diverse generasse solo scintille, anche perché avevo ipotizzato per lui un profilo battagliero, polemico, fieramente “laico”.

In modo inatteso, l’incontro è avvenuto qualche tempo fa, in uno spazio vaticano, in un dialogo diretto. E subito, dalla stessa stretta di mano iniziale e dalle prime battute, sono caduti tutti i miei preconcetti e ci siamo avviati in un discorso gustoso, segnato da condivisioni, nel quale la diversità di prospettive era creativa. La sua indubbia genialità si intrecciava a una sorprendente amabilità, tant’è vero che alla fine avevamo persino delineato un progetto comune che spero, prima o poi, si possa attuare.

Alla base di questa simpatia-sintonia c’è una sorta di sigla fondamentale nell’arte di Toscani, una sigla che ora è diventata il cuore della sua ultima ricerca, un simbolo che anch’io ritengo capitale nella costruzione di una nuova (eppur antica) comunicazione. Intendo riferirmi al volto umano nella sua nudità, «la più interessante superficie del mondo», come scriveva Georg Lichtenberg, «il più bello di tutti gli spettacoli», come osservava La Bruyère, che pure non era un pensatore incline all’enfasi. Ed effettivamente il viso è la parte del nostro corpo ove s’affaccia l’anima, ove occhieggiano splendori e miserie di una persona.

Saper cogliere (e non semplicemente riprodurre) un volto è come narrare una storia ed è ciò che Oliviero sa fare in modo straordinario, eliminando il patetico genere della “messa in posa”, anzi, sorprendendo la faccia della persona nella sua autenticità, nella sincerità dell’identità nascosta, nella nudità, appunto. Non esiste in quelle sue immagini, bruttezza, vecchiaia, deformità ma solo la bellezza della verità che non ha bisogno di cosmesi per rendersi artificiosamente accettabile.

Ed è proprio dall’incontro dei volti – come ha teorizzato ampiamente il filosofo Emmanuel Lévinas – che nasce la comunicazione-comunione, il duetto che supera il duello, il contatto che esorcizza la paura. Una parabola tibetana mette in scena un viandante nel deserto che intravede da lontano una forma che gli sembra una belva. Altra via di fuga nel deserto non c’è, bisogna proseguire. Avvicinandosi ma ancora a distanza, si intuisce che è un uomo, ma non per questo cessa la paura perché può essere un predone della steppa. Alla fine l’uno è di fronte all’altro: il viandante fissa quel viso che ormai gli sta di fronte. Ecco la sorpresa: era suo fratello che non vedeva da anni! Coi volti che Toscani sta ora cercando per le strade del mondo possiamo insieme annunciare un messaggio comune di umanità e di fraternità.

Card. Gianfranco Ravasi



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