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Rosanna Virgili “La “povera vedova” e l’economia del dono condiviso”

25 Luglio 2024


«Alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: “In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere” (Lc 21,1-4)»

Nel nostro mondo, dove gli arricchiti sono spesso ignoranti e arroganti, qualcuno di loro ha detto recentemente che «i ricchi possono fare tutto mentre i poveri non costruiscono nulla». Una terribile offesa ma anche una perfetta menzogna. Una beffa che si aggiunge al danno di aver costruito le proprie fortune spesso sfruttando il lavoro dei poveri. Il quadretto evangelico lucano illumina proprio una persona povera, una donna, peraltro una vedova, la cui povertà non era quindi solo economica ma anche affettiva, sociale, politica. 

Nella Palestina dei tempi di Gesù dove i legami e le appartenenze familiari erano le più concrete e salde e garantivano quella solidarietà indispensabile alla sussistenza, le vedove, avendo perso il marito che era il perno della famiglia patriarcale, si trovavano esposte a grandi difficoltà. Capitava che i fratelli tentassero di riappropriarsi della proprietà del marito deceduto e lasciassero, così, affamata sia la vedova sia gli eventuali orfani. Com’è noto le donne non avevano diritto di eredità dei beni paterni pertanto quando si maritavano dipendevano in tutto dalla proprietà della famiglia del marito e, nella disgrazia della morte di quest’ultimo, dovevano sperare nella bontà e nel rispetto dei parenti acquisiti, non potendo confidare neppure nelle istituzioni politiche e giudiziarie le quali, il più delle volte, si lasciavano corrompere. 

Una denuncia che non manca certo nella Scrittura, dove leggiamo: «I tuoi capi sono ribelli e complici di ladri. Tutti sono bramosi di regali e ricercano mance. Non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova fino a loro non giunge» (Is 1,23). Ed eccoci, allora, dinanzi a questa povera vedova che tanto commuove l’occhio e il cuore di Gesù, una volta giunto a Gerusalemme. Cresciuto nel piccolo villaggio di Nazareth, nato povero anch’Egli, adottato da un uomo che non era suo padre – Giuseppe -, Gesù capisce in quale situazione dovesse trovarsi quella povera donna. Immagina che a casa avesse delle bocche da sfamare a cui da sola doveva provvedere. Immagina i timori e le ansie delle notti di quella signora, sveglia a pensare come fare per affrontare le urgenze della mattina dopo. 

Tante urgenze per due sole monetine! E che posso mai fare con quello che ho – Gesù immagina che avesse concluso, all’alba, mentre i bambini dormivano ancora -. E pensa al momento in cui aveva preso la decisione ed era venuta al Tempio. Prima di iniziare la giornata, prima di andare a giornata da qualche ricco, appunto, del suo paese, per portare a casa qualche denaro in più. Va e getta i suoi due soldi nel luogo dove si fanno le offerte nel Tempio. 

Tutti possono curiosare sulla somma, perché l’offerta viene deposta in una delle tredici trombe, o imbuti, adibiti a questo e dalla voce del sacerdote si viene a conoscere a quanto ammonti. Due monetine di cui vergognarsi di fronte alle somme altisonanti che vi mettevano i ricchi. Ma in esse c’è tutta la sua povertà che s’apre all’immenso tesoro del Tempio! Mettendo tutto quanto «aveva per vivere», la povera vedova svuota le sue mani della sua miseria perché diventino braccia per accogliere l’immensa Abbondanza di Dio! 

Rinuncia all’economia del mercato “costruita” dai ricchi – che aveva, purtroppo, avvelenato anche il Tempio! – per aderire in pieno a quella del “dono condiviso” con cui Dio voleva costruire il suo popolo. Al modo di Dio i poveri “costruiscono” le più grandi, le vere ricchezze, quelle che restano, edifici di giustizia e di fratellanza dove scompaia la vergogna del superfluo pagata col necessario della vita di tante “povere vedove”.


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