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Enzo Bianchi "Perché si ama anche chi se ne va"

La Repubblica - 26 aprile 2021
per gentile concessione dell’autore.

Avevamo provato dolore e anche orrore vedendo file di camion militari che uscivano dalla città di Bergamo portando le bare dei morti di Covid in altri cimiteri o forni crematori, ma ora siamo sbigottiti, proviamo vergogna di fronte a quello che sta succedendo in alcune città italiane, a cominciare da Roma e Palermo: bare accatastate che da settimane attendono la sepoltura. Questa situazione dà la misura dell’accelerazione della barbarie in questi ultimi decenni, perché la qualità dell’umanizzazione si misura sulle relazioni tra uomini e donne viventi, certo, ma anche sui rapporti che si nutrono con gli uomini e le donne che ci hanno lasciato. 

Sappiamo che l’atto della sepoltura dei morti risale all’uomo di Neanderthal, che non abbandonava i cadaveri in preda agli animali o alle intemperie ma dava al corpo morto una postura particolare, lo metteva in una grotta o sotto terra in posizione di riposo e lo attorniava con un decoro: pietre, oggetti, fiori che diventavano un segno di affetto e di onore. Dell’homo sapiens, nostro antenato, abbiamo trovato scheletri fossili di amanti abbracciati anche nella morte, quasi una dichiarazione che l’amore vive anche nella morte. 

Perché questa specificità degli umani all’interno della comunità degli animali alla quale appartengono? Nel seppellimento possiamo discernere il sentimento della cura, l’affermazione di un legame, il bisogno di ricordare le persone scomparse dando loro un "sito", un luogo preciso dove poter andare per una visita, per una preghiera, per portare un fiore. Forse nel seppellimento c’è la speranza che la morte non abbia l’ultima parola. Già la dispersione delle ceneri dovrebbe essere un atto più meditato e consapevole: perché se conservate in casa rischiano di obbedire alla logica del feticismo, se disperse impediscono di avere un "memoriale". Ma ora lasciare che si accumulino bare senza sepoltura, impedendo per settimane l’ultimo saluto, il dono di un fiore, una visita vissuta insieme a chi ha amato quella persona morta, è veramente disumano, crudele. 

In tal modo si minano le fondamenta della pietas umana: anche la Chiesa oggi, purtroppo, fatica a comprendere che non c’è solo una pastorale dei vivi ma c’è anche un servizio pastorale e umano per i morti. E se diventa impossibile anche una sepoltura che potrebbe trovare posto in tanta terra allora una dimensione essenziale dell’umanità sta per scomparire: quella della comunione tra vivi e morti. 

Allora non c’è più spazio per pensarci nella continuità delle generazioni e viene meno la consapevolezza che ciascuno di noi è preceduto da altri verso i quali siamo in debito e occorrerebbe nutrire sentimenti di gratitudine. 

Così la morte appare come un vicolo chiuso, l’ultima realtà trionfatrice.

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