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Commento alle letture 27 novembre 2011 (G.Bruni)


Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose. Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).

 Letture: Is 63,16b-17.19b; 1Cor1,3-9; Mc 13,33-37.
 Nostalgia di una presenza

1. «Vieni, Signore» (1Cor 16,22), «Lo Spirito e la sposa dicono:Vieni» (Ap 22,17), «Padre…venga il tuo Regno» (Mt 6,10), «Sì, vengo presto» (Ap 22,20). In queste invocazioni la Chiesa definisce se stessa come porzione di umanità attraversata da una profonda nostalgia convertita in preghiera, il desiderio della presenza di un assente di nome Gesù e il desiderio del compiersi di una promessa di nome Regno di Dio, frutto della vittoria regale di Dio sul male e sulla morte. E altresì queste invocazioni rivelano la nostalgia di Cristo, il suo rispondere all’appello venendo presto. Egli è per definizione: «Colui che è, che era e che viene» (Ap 1,8). Ecco spiegato il tempo di Avvento, esso è attesa dell’incontro con un Tu amato e creduto pur senza averlo visto (1Pt 1,8), e del mondo nuovo del suo Dio, ed è accoglienza del suo modo singolare di venire, un già aperto al non ancora.

2. L’inviato dal Padre, il nato alla terra da Maria, il ritornato al Padre è il medesimo che continua a venire e a manifestarsi come Parola nella pagina della Scrittura, Parola che si fa riconoscere come pane spezzato nella Eucaristia. Il lontano da noi nel qui e ora della storia si fa presente a noi nascosto tra le righe, in un pezzo di pane e in un calice di vino, una vicinanza che cuori amanti sanno cogliere; solo chi ama sa vedere e solo chi desidera può essere posto dinanzi alla «sorpresa dell’inaudito» (1Cor 2,9), il «Verrò presto» come risposta al «Vieni, Signore». Un venire quotidiano come parola: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli» (Is 50,4), e questo per fare della vita un messaggio eloquente nella dedizione e aperto all’infinito. Un venire come pane e vino per trasformarci in pane per le molti fami dell’uomo e in vino per le molte tristezze dell’uomo. Un venire in breve per introdurre in sentieri di libertà: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32), cioè risorti al comandamento del bene e alla speranza della eternità. Ove ciò accade lì il Regno del Dio dell’amore e della vita è già realtà, lì la storia diventa storia riscattata, redenta. Un adesso di novità che necessita di essere sottolineato, l’invocato a venire lo fa in termini di «parusia sacramentale», vale a dire di presenza che si affaccia da un testo biblico e da un pane per farci uscire dal disumano e restituirci al mondo in forma umanissima, sapienti come la parola e buoni come il pane donati. In questa prospettiva è sempre tempo di avvento, ogni mattina egli viene come voce che risveglia la coscienza alla propria profonda vocazione: oggi la terra ti attende come angelo custode. Nella gratitudine verso il Padre. Un venire che è all’origine di un ulteriore desiderio: dell’amico ascoltato nelle scritture e riconosciuto nello spezzare il pane si desidera il volto, dei nuovi cieli e della nuova terra intravisti nelle oasi della fraternità e del canto si desidera la compiuta realizzazione oltre l’ombra del male e della morte. Al cristiano il presente non basta, manca sempre qualcosa, appunto un volto e un futuro di sola luce, il non ancora del già. È in questa ottica che leggiamo il brano evangelico odierno (Mc 13,33-37), un invito a «fare attenzione», ad «avere gli occhi aperti» e a «vegliare» per «non essere trovati addormentati», il sonno del desiderio di lui e del suo mondo esortazione che investe «tutti» nella Chiesa, ciascuno con il suo compito.
3. Una conclusione si impone, urgente è risvegliare in noi una nostalgia in cui stà il cristianesimo stesso: l’attesa-accoglienza del proprio oggetto d’amore, il Signore Gesù che già viene nella «notte» del mondo (Mc 13,35) per illuminarla quì e ora, e che verrà all’improvviso nel giorno e nell’ora noti a Dio (Mc 13,32.35-36) per partorire il definitivo mondo della luce, la comunione senza ombra fra Dio, l’uomo e il cosmo. Di questa attesa inconsueta e radicale, oltre ogni aspettativa, la Chiesa è chiamata a essere memoria, annuncio e testimonianza nel tempo delle attese corte, della resa al fatalismo e delle speranze deluse: il tendere con tutto il proprio corpo e la propria anima a un Tu che ove desiderato viene a traghettare verso lidi di bellezza, la vita buona nella triplice cura di sé, dell’altro e del creato, e verrà a portare a compimento l’opera iniziata. Che fare? Semplicemente entrare nell’Avvento per lasciarci spiegare dall’Avvento stesso come creature vigilanti nel sapere chi e che cosa aspettare, l’amico del cuore di nome Gesù capace di dischiudere il presente e il futuro a qualcosa di inatteso e di insperato. Mai arresi al non senso, al così stanno le cose e alla disperazione.

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