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Trinità anno C 30 maggio 2010 (Enzo Bianchi)

La chiesa celebra in questa domenica il mistero della Tri-unità di Dio, proponendo alla nostra contemplazione una pagina tratta dai «discorsi di addio» di Gesù nel quarto vangelo. In essa ascoltiamo la rivelazione della comunione di vita e di amore che intercorre tra il Padre, il Figlio e lo Spirito santo: una comunione che non si esaurisce all’interno di Dio, ma che si apre a noi uomini, chiamati ad accogliere tale amore per viverlo a nostra volta.
Per comprendere meglio il senso profondo di questi pochi versetti, occorre leggerli nel contesto dell’intero vangelo secondo Giovanni. Fin dal prologo si dice che, nel suo desiderio di entrare in comunicazione con gli uomini, Dio si è rivelato definitivamente nel Figlio Gesù Cristo, Parola fatta carne nella potenza dello Spirito santo, il Soffio divino (cf. Gv 1,14). Nella storia umana, sulla terra, questa volontà di Dio si è manifestata pubblicamente al momento del battesimo di Gesù, secondo la testimonianza di Giovanni il Battezzatore: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e dimorare su di lui» (Gv 1,32). Davvero lo Spirito è la potenza di Dio che ha dimorato in pienezza in Gesù, è l’amore del Padre per lui: quell’amore che lo rendeva capace di passare in mezzo agli uomini facendo il bene e, in tal modo, di narrare il volto del Dio invisibile.
Gesù, uomo come noi, lungo tutta la sua esistenza ha vissuto, nella fede, un rapporto di particolare intimità con il Padre; ha fatto un’esperienza così intensa della comunione con Dio che l’evangelista è giunto a scrivere di lui: «Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,34-35)… Grazie a questa relazione consapevole con Dio, Gesù stesso ha potuto affermare che, dopo la sua vita, non è più in un luogo particolare o in una città santa che Dio va adorato; no, «i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità» (Gv 4,23), cioè nella forza dello Spirito santo e attraverso Gesù Cristo, lui che è la Verità fatta persona (cf. Gv 14,6)! E così Gesù ha aperto una volta per tutte il cammino che noi cristiani siamo chiamati a percorrere per rendere culto a Dio: si tratta semplicemente di vivere come lui, il Figlio amato del Padre, ha vissuto…
Nei suoi discorsi di addio, poi, Gesù ha promesso più volte ai suoi discepoli che, quando egli non sarebbe più stato fisicamente con loro, lo Spirito santo lo avrebbe reso presente: «Il Consolatore, lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). E nel brano odierno aggiunge un elemento decisivo. I suoi discepoli non sono in grado di portare il peso delle parole che Gesù avrebbe ancora da dire, il mistero totale della sua persona, ma resta un «non detto»; ed è proprio per venire in aiuto alla loro e nostra debolezza che egli promette: «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito». Lo Spirito farà questo senza discostarsi dal messaggio di Gesù Cristo, ma ascoltando e comunicando l’intera sua vicenda: dalla sua preesistenza presso il Padre alla sua Venuta nella gloria, passando per la sua vita terrena, morte e resurrezione. Del resto, è stato proprio lui, il Crocifisso–Risorto a effondere lo Spirito sui suoi discepoli (cf. Gv 19,30; 20,22); e poi, come scrive s. Basilio, «lo Spirito santo è il compagno inseparabile del Figlio»…
Infine Gesù afferma: «Lo Spirito mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà». Ecco in una mirabile sintesi la comunione di vita tra Padre, Figlio e Spirito santo! Nello stesso tempo queste parole sono un chiaro invito, rivolto ai credenti, ad accogliere tale mistero nella loro vita, ossia ad accogliere ciò che Padre, Figlio e Spirito santo vivono tra loro: l’amore. Come dunque noi possiamo rendere gloria a Dio? Invocando dal Padre il dono dello Spirito, certi di essere esauditi in questa preghiera (cf. Lc 11,13), affinché ci ispiri a vivere l’amore, perché «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). È questo amore che noi siamo chiamati ad accogliere ed esercitare per vivere la vita cristiana; ovvero, per fare delle nostre vite un’opera d’arte, un capolavoro umano.
 
Enzo Bianchi

Fonte: MonasterodiBose

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