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Solo il desiderio ci può salvare: un'intervista fulminante a Massimo Recalcati


Marie Claire 

25 settembre 2024 

Intervista di Sara Del Corona 


Non potevamo rivolgerci che a lui. È psicoanalista dall'energia divulgatrice potente, Massimo Recalcati, ci si può incantare ad ascoltare per ore i suoi interventi su Youtube.

Serviva proprio lui, che nell'homepage del suo sito affigge bella grande una frase di Jacques Lacan che termina con una domanda: "Avete agito conformemente al desiderio che vi abita?". Come Recalcati racconta qui di seguito (e più dettagliatamente tra l'altro in L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento) lui stesso da ragazzo ha dovuto porsi il quesito, e per rispondere di sì si è dovuto liberare, anche grazie a un incontro prezioso, dell'attrito che le aspettative altrui producevano sulla sua vita. Da un Istituto Agrario della periferia milanese agli studi analitici, agli incarichi istituzionali (tra l'altro dal 2020 è membro fondatore delle Società Cittadine di Psicoanalisi), all''impegno clinico e alla volontà di rendere possibile per tutti l'accesso alla psicoanalisi, all'insegnamento universitario, ai tanti libri che suonano, già dai titoli, come provocazioni salvifiche (tra gli altri, in ordine sparso, Cosa resta del padre?, Contro il sacrificio, Esiste il rapporto sessuale?, Mantieni il bacio, Elogio del fallimento. Conversazioni su anoressie e disagio della giovinezza, La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia e per finire in bellezza Ritratti del desiderio). Via alle domande. 

Cos’è il desiderio, e a cosa serve? 

È ciò che rende la nostra vita viva. Non è scontato. Non è affatto scontato che la vita viva dal punto di vista biologico sia davvero viva. Pensi solo alla depressione. In questi casi siamo di fronte a dei soggetti biologicamente vivi, ma già morti, spenti, senza avvenire, senza forza, senza desiderio appunto. Il desiderio è una potenza che allarga l'orizzonte della nostra vita. In fondo non è tanto importante avere una vita lunga, né avere una vita, come si dice oggi, capace di benessere… Importante è piuttosto avere una vita ricca, ampia, larga, una vita animata, scossa, resa più viva, dal desiderio. In questo senso il desiderio, se si vuole dire così, serve a rendere una vita degna di essere vissuta. 

Cosa, sempre più spesso, si pensa che sia? Con cosa lo confondiamo? E che costi ha questo equivoco per la psiche individuale e quella collettiva? 

Il nostro tempo lo confonde con il capriccio, con la voglia, la vogliuzza, la frivolezza, il divertissement. Ma non ci vuole lo sguardo del clinico per vedere che tutto questo non serve a rendere una vita soddisfatta. Il nostro tempo ritiene che la felicità si trovi nel possesso dell'oggetto, del nuovo oggetto, dell'oggetto che ci manca. In realtà nessun oggetto può darci la felicità. Anzi, quello che possiamo facilmente osservare è che più ci impegnamo nella ricerca del nuovo più ripetiamo sempre la stessa insoddisfazione. Il nuovo infatti non è mai contrapposto allo stesso, ma è una sua piega interna. Accade, per esempio, negli amori che conoscono il segreto della durata: il nuovo non è altrove, non è in quello che ci manca, ma in quello che già abbiamo. Sant'Agostino lo diceva molto bene. La beatitudine su questa terra è quando amiamo quello che abbiamo. 

Come si coltiva il desiderio, come riappropriarcene (cioè lasciare che si riappropri di noi)? Ci sono protocolli per favorire questo riavvicinamento o "cercarlo" è un paradosso? 

Il desiderio è una vocazione singolare. La prenda come una inclinazione o come un talento che accompagna la nostra vita sin dal tempo dell'infanzia. Gli incontri che facciamo possono rafforzare questa inclinazione oppure mostrarcene altre che non conoscevamo. Ma, insomma, il desiderio è il contrario del discontinuo, della rincorsa affannosa di quello che illusoriamente ci farebbe felici. È una nostra vocazione. Ci sono bambini che amano giocare con le mani, altri che si appassionano per i numeri, altri ancora che sanno disegnare… Il desiderio emerge così, come una nostra inclinazione singolare, un nostro talento particolare. La nostra responsabilità consiste nel riconoscerlo e nell'assumerlo, ovvero nel vivere secondo la sua legge. La malattia, la tristezza e l'insoddisfazione segnalano invece che la nostra vita si è allontanata da quella vocazione, l'ha tradita, le ha voltato le spalle. Magari per soddisfare il desiderio degli altri. Di un padre, una madre, di una moglie o di un compagno, ecc. Per questo Deleuze diceva che non c'è incubo peggiore di trovarsi a sognare il sogno di un altro.  

Come possiamo poi trasmetterlo alle nuove generazioni (così spesso accusate di non esserne mosse), chi in particolare deve farsi carico di questo "trasferimento" e come, o qual è il modo sbagliato di farlo? 

C'è un solo modo per trasmettere il desiderio. Per contagio. Per testimonianza. Desiderare trasmettere il desiderio di desiderare. Se un figlio sente che la vita dei suoi genitori è animata dal desiderio sarà per lui più facile accedere alla sua potenza. Ma accade anche in un'amicizia, in un rapporto di sorellanza, nell'incontro con un maestro. Il denominatore comune è che per irrobustire il nostro desiderio è necessario l'incontro con la testimonianza di un desiderio incarnato. 

Che relazione/differenza c’è tra desiderio ed eros? Perché la parola “erotico” sembra scomparsa da tutti i nostri vocabolari e linguaggi, anche visivi? Nelle nuove serie tv e in moltissimi film non si trova più nulla di conturbante, come invece accadeva nelle passate filmografie. Scene che scatenavano turbamenti e squarciavano veli, aprivano finestre e vertigini sul desiderio. 

Il desiderio è erotico per definizione. Eros è il Dio che apre, che allarga l'orizzonte della vita, che porta fuori da se stessi… In una serie come La regina degli scacchi si vede bene la dimensione erotica del desiderio nella passione della protagonista per gli scacchi. 

Esiste un modo di desiderare al maschile contrapposto a uno al femminile? 

Il desiderio femminilizza sia gli uomini che le donne. Nel senso che impone il disarmo dell'Ego, la caduta delle difese, l'apertura allo sconosciuto, l'accoglienza dello straniero. Gli uomini quando per esempio amano devono fare esperienza di una loro femminilizzazione. Li si vede. Sono meno difesi, meno impauriti di perdere il loro ordine, più avventurosi, meno pavidi, più disposti a lasciarsi andare. 

Può raccontarci un momento della sua vita in cui la relazione col desiderio è stata particolarmente intensa, e cosa ha prodotto? 

Mio padre voleva che ereditassi la sua azienda di floricoltura. Mi impose degli studi che non mi interessavano. Avevo un destino tracciato. Ma non c'entrava col mio desiderio. Mi è sempre piaciuto scrivere e mi sono sempre interessato di storie. Ci fu alla fine delle medie superiori un primo strappo. Se fossi rimasto con lui non avrei coltivato il mio talento. Nondimeno ho sempre visto in mio padre una testimonianza incarnata della forza del desiderio. Ha costruito la sua attività dal nulla, con la dedizione, il lavoro, la costanza che solo il desiderio rende fertili e non sacrificali. Nel tempo ho potuto vedere, anche con una certa sorpresa, quanto in realtà gli assomigliassi. 

Uno dei luoghi più desertificati rispetto al desiderio è sicuramente la politica, e l’astensionismo è un effetto lampante di questo: non si vota perché si è smesso di desiderare, e perché non si trova nessuno in grado di incarnare il desiderio. Persino gli attivisti stanno perdendo appeal. Com’è fatto un fare politico, o com’è fatto un politico, in grado di riaccendere questa fiamma? 

La politica non è solo un esercizio di persuasione razionale. Bisogna essere in grado di trasmettere la forza del desiderio. Bisogna saper toccare il cuore. Dare fede, aprire mondi. Un bravo politico deve sempre essere un po' poeta. Oggi viviamo invece sotto il dominio degli algoritmi.


 

Secondo Massimo Recalcati l’inconscio è il luogo dove il desiderio si manifesta nella sua irriducibile singolarità e creatività ed è, quindi, ciò che ci può salvare nell’era delle macchine. Elogio dell’inconscio. Come fare amicizia con il proprio peggio (Castelvecchi) è una riedizione, aggiornata e con una nuova introduzione, di un suo classico del 2007.


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